A causa della manovra del braccio dell’autopompa avveniva il contatto con i cavi elettrici sospesi e il lavoratore veniva investito da una violenta scarica elettrica di 20000 W riportando lesioni da folgorazione (Tribunale di Palermo, Sez. Lavoro, sentenza n. 644/2021 del 18 febbraio 2021)

L’Inail cita a giudizio il datore di lavoro dell’infortunato onde ottenere la restituzione dell’importo di euro 777.787,00 corrisposto al lavoratore per le lesioni da folgorazione riportate sul luogo di lavoro.

Nello specifico, il lavoratore il giorno 11/04/2006, mentre lavorava all’interno del cantiere edile, nell’effettuare il getto di calcestruzzo su travi e pilastri del primo piano di un fabbricato in costruzione, utilizzando il braccio di un’autopompa manovrata tramite radiocomando azionato da un altro lavoratore P.S., dipendente della società incaricata della fornitura del calcestruzzo, veniva investito da una violenta scarica elettrica dovuta al contatto tra il braccio del mezzo ed i cavi elettrici posizionati sopra la costruzione, riportando gravissime lesioni da folgorazione.

A seguito degli accertamenti svolti dall’A.S.P di Palermo, era stata promossa l’azione penale anche nei confronti del legale rappresentante della società datrice, per avere, in concorso con altri, con più condotte colpose, in violazione dell’art. 21, comma 1, lett. a), b) e c) del D.l.vo n° 626/94 (omessa formazione del lavoratore in materia di sicurezza); dell’art. 9, comma 1, lett.c) D.P.R. n. 494/96 e 4, comma 5, D.Lgs n. 626/94 (omessa redazione del piano operativo di sicurezza); dell’art. 11 D.P.R. n. 164/56, cagionato lesioni personali gravi al lavoratore , in violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni ( art. 590 commi 1,2,3 e 583, comma 1, nn.1 e 2, cod. pen. ) consentendo, pur presente in cantiere, lo svolgimento dei lavori di getto di calcestruzzo in prossimità di linee elettriche aeree, senza avere prescritto, o messo in atto, alcuna adeguata misura atta ad evitare possibili e accidentali contatti o pericolosi avvicinamenti ai conduttori delle linee elettriche.

Il processo si concludeva con declaratoria di estinzione del reato per prescrizione.

Si costituisce in giudizio il datore di lavoro eccependo la prescrizione decennale del diritto.

Il Tribunale ritiene la domanda dell’Inail fondata.

Preliminarmente, viene disattesa la prescrizione del diritto e viene ribadito che “in tema di infortunio sul lavoro per il quale sia stata esercitata l’azione penale, ove il relativo processo si sia concluso con sentenza di non doversi procedere o, in sede dibattimentale per essersi il reato estinto a seguito d’intervenuta prescrizione, il termine triennale di decadenza/prescrizione previsto per l’esercizio dell’azione dell’INAIL decorre dalla data del passaggio in giudicato della sentenza penale.

La sentenza penale del Tribunale di Termini Imerese che ha dichiarato l’estinzione del reato per prescrizione è stata depositata il 27/06/2017, cosicchè essendo divenuta irrevocabile il 20/01/2018 , il termine triennale di prescrizione dell’azione alla data di deposito del ricorso introduttivo del giudizio civile (8/ 01/2018), non aveva neppure iniziato a decorrere .

Inoltre, l’azione dell’INAIL nei confronti del datore di lavoro per conseguire la rivalsa delle prestazioni erogate all’infortunato, quando il fatto sia imputabile agli incaricati dello stesso datore di lavoro, ha fondamento nella responsabilità solidale del primo e, pertanto, può essere esercitata indipendentemente dalla partecipazione al processo degli altri condebitori, poiché non sussiste litisconsorzio necessario.

È del tutto corretto, quindi, che l’Inail abbia scelto di esercitare l’azione nei confronti del solo datore di lavoro, senza che sussista alcuna necessità di integrare il contraddittorio nei confronti degli altri soggetti che hanno concorso a cagionare il danno.

Ciò premesso, il Tribunale rammenta la giurisprudenza consolidatasi sulla materia che ha affermato:

a) la proponibilità dell’azione dell’I.N.A.I.L. presuppone la configurabilità di un reato perseguibile d’ufficio di cui il datore di lavoro debba rispondere (Cass. Sez. Un. 8/07/1996 n° 6229);

b) l’Istituto assicuratore deve poi allegare e provare l’esistenza dell’obbligazione lavorativa e del danno, nonche’ il nesso causale di questo con la prestazione, mentre il datore di lavoro deve provare che il danno è dipeso da causa a lui non imputabile, e cioè di aver adempiuto al suo obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno, e che gli esiti dannosi sono stati determinati da un evento imprevisto ed imprevedibile (v. Cass. Sez. Lav. n. 2736/2010, 10529/2008, n. 10441/2007);

c) In tema di assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, la disciplina prevista dagli artt. 10 e 11 del D.P.R. n. 1124/1965 deve essere interpretata nel senso che l’accertamento incidentale in sede civile del fatto che costituisce reato, sia nel caso di azione proposta dal lavoratore per la condanna del datore di lavoro al risarcimento del cd. danno differenziale, sia nel caso dell’azione proposta da ll’INAIL, deve essere condotto secondo le regole comuni della responsabilità contrattuale, anche in ordine all’elemento soggettivo della colpa ed al nesso causale tra fatto ed evento dannoso ( Cass. Sez. Lav. 19/06/2020 n° 12041 );

Nel caso concreto, il datore di lavoro non ha fornito nessuna prova di aver adempiuto all’obbligo di sicurezza, sancito dall’art. 2087 c.c.. predisponendo tutte le misure idonee ad evitare il danno all ‘integrità fisica del prestatore di lavoro.

Dalle dichiarazioni rese in sede penale dal Funzionario dell’Asp di Palermo è emerso che:

– La mattina dell’evento era presente sul posto il datore di lavoro dell’infortunato, che ha assistito a tutte le operazioni;

– in mezzo all’edificio da realizzare passavano cavi elettrici della portata di 20000 W ;

– Per effettuare il getto del calcestruzzo nelle casseformi predisposte, la betoniera venne posto prima al lato destro e poi a sinistra, per effettuare il getto dai due lati, dopodicchè hanno cercato di avvicinarsi ai pilastri di centro che erano proprio in direzione dei cavi elettrici, che proiettavano su questi pilastri;

– Il lavoratore si era messo appoggiato su un pilastro tramite una scala in legno e poi aveva preso la pompa, l’estremità della pompa che ha un rivestimento in metallo e dove c’e’ una saracinesca, che regola il getto e quindi due maniglie;

– Mentre teneva queste cose la pompa si è avvicinata troppo ai cavi elettrici o si è creato un arco elettrico, così la scarica ha colpito il lavoratore e l’ha fatto cadere dalla scala.

E’, pertanto, pacifico che il datore di lavoro, presente alle operazioni, abbia violato in modo palese le disposizioni del l’art. 2087 c.c., perché pur avvedendosi della grave situazione di pericolo derivante dalla presenza dei cavi elettrici ad alta tensione nell’immediata prossimità dei pilastri su cui doveva effettuarsi il getto e dell’elevato grado di probabilità, che , durante le manovre con la pompa, il braccio di quest’ultima potesse venire a contatto con i cavi elettrici o comunque determinare la produzione dell’arco voltaico, non ha provveduto a sospendere immediatamente i lavori ed a chiedere all’E.N.E.L. il distacco dell’energia elettrica, per procedere in sicurezza alle manovre.

Inoltre, il datore di lavoro ha anche violato altre norme di sicurezza, laddove non ha predisposto il piano operativo di sicurezza formazione del lavoratore sui rischi derivanti dalle operazioni di getto del calcestruzzo in prossimità di linee elettriche.

Il Tribunale ritiene attendibili le testimonianze rese in sede penale e le fa proprie.

Al riguardo, viene ricordato che il Giudice civile può utilizzare come fonte del proprio convincimento le prove raccolte nel giudizio penale definito con sentenza passata in giudicato e fondare la decisione su elementi e circostanze già acquisiti con le garanzie di legge in quella sede.

Ebbene, alla luce circostanze emerse in sede penale, e dagli accertamenti tecnici effettuati dall’Asp, emerge la responsabilità del datore di lavoro, per le gravissime lesioni patite dal dipendente a causa dell’infortunio.

Secondo i criteri civilistici, in base alle Tabelle milanesi la quantificazione delle danno non patrimoniale è pari ad euro 777.787,00 per postumi permanenti nella misura del 78%, anche se l’Istituto ha versato al lavoratore un importo maggiore.

La domanda dell’I.N.A.I.L. viene accolta entro tale limite, in quanto il Tribunale non ritiene sussistano ragioni per personalizzare il danno.

In conclusione, il Tribunale di Palermo condanna il datore di lavoro, al pagamento in favore dell’I.N.A.I.L. dell’importo di euro 777.787,00, oltre interessi legali e spese di giudizio.

Avv. Emanuela Foligno

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