Per il riconoscimento della previdenza connessa allo stato di cecità assoluta non deve essere conteggiato il reddito derivante dalla abitazione principale (Tribunale di Teramo, Sez. Lavoro, sentenza n. 62/2021 del 10 febbraio 2021)

Con ricorso depositato il 16.08.2017 il beneficiario, affetto da cecità assoluta, cita a giudizio l’I.N.P.S., onde vederlo condannato alla corresponsione dei ratei di pensione spettanti ai portatori dell’invalidità civile di cieco assoluto.

Il ricorrente deduce che sussistono i requisiti soggettivi ed oggettivi per l’accesso al beneficio della pensione di invalidità civile, accordato e riconosciuto sino all’anno 2012, e poi sospeso avendo l’Inps riscontrato il superamento della soglia reddituale per effetto della sommatoria del reddito personale con quello della casa di abitazione.

Si costituisce in giudizio l’Inps contestando la domanda e chiedendone il rigetto per inammissibilità stante il mancato esperimento del ricorso amministrativo e per essere stata superata la soglia di reddito con decorrenza dall’ anno di imposta 2013.

L’Inps deduce che per il 2013 il limite di reddito per la pensione revocata di cui era titolare l’invalido civile era pari a euro 16.127,30, per l’anno 2014 era pari a euro 16.449,85, per l’anno 2015 euro 16.532,10 e per gli anni 2016 e 2017 è stato apri ad euro 16.532,10, e che, pertanto, è legittima la verifica reddituale effettuata dalla quale era emerso il percepimento di redditi superiori a quelli previsti per il diritto alla pensione in qualità di invalido civile e sulla base della quale provvedeva a dichiarare come indebita la pensione di inabilità civile percepita per l’anno 01.01.13 -31.01.2015 ed al recupero degli importi corrisposti per lo specificato periodo ammontanti ad euro 7.491,89.

Ed ancora, argomenta l’Inps, che nel caso in esame trova applicazione l’art. 35, comma VIII, L. 14/09, secondo cui il reddito di riferimento è quello conseguito dal beneficiario e dal coniuge nell’anno solare precedente il 1 luglio di ciascun anno. E’ da intendersi, quindi, che nel concetto di reddito complessivamente conseguito nell’anno solare precedente è ricompreso quello relativo all’abitazione principale.

Preliminarmente, il Tribunale disattende la questione di inammissibilità sollevata dall’Istituto circa il mancato esperimento del ricorso amministrativo.

Infatti, dalla documentazione prodotta in atti, l’esperimento del ricorso amministrativo è avvenuto tramite il patronato INCA in data 9.06.2015, con precipua missiva al Comitato Provinciale INPS di Teramo attraverso i relativi servizi telematici come espressamente previsto sulle modalità di impugnativa della comunicazione di rideterminazione dei redditi

Inoltre, al riguardo è dirimente l’esito della prova testimoniale finalizzata a confermare l’avvenuto invio del ricorso ad opera della responsabile del patronato INCA.

Ciò posto, nel merito viene osservato che con circolare n. 74/2017, disciplinante il dettaglio delle future liquidità degli assegni e degli eventuali importi non ricevuti, l’INPS stesso ha riconosciuto che la prima casa di proprietà non farà più reddito con validità a partire dal 1 gennaio 2017.

La normativa di riferimento è l’art. 12, comma 2, L. 118/1971 che così dispone:

“Le condizioni economiche richieste per la concessione della pensione sono quelle stabilite dall’art. 26 della Legge 30 aprile 1969 n. 153 sulla revisione degli ordinamenti pensionistici”.

Al secondo comma della stessa legge è espressamente disciplinato che “dal computo del reddito suindicato sono esclusi gli assegni familiari ed il reddito della casa di abitazione”.

Giurisprudenza consolidata conferma che “ le norme specifiche di riferimento sono costituite dall’art. 12 della legge 30 marzo 1971 n. 118 e dall’art. 26 della legge 30 aprile 1969 n. 153: la prima, per le condizioni economiche richieste per la concessione della pensione di inabilità , rinvia a quelle stabilite dalla seconda per il riconoscimento della pensione sociale ai cittadini ultrasessantacinquenni sprovvisti di reddito. Per quest’ultima prestazione la norma esclude dal computo del reddito gli assegni familiari e il reddito della casa di abitazione e, stante l’applicabilità della normativa in materia di pensione sociale, ne consegue che dal computo del reddito ai fini del riconoscimento delle prestazioni di invalidità civile, cecità e sordità deve essere escluso quello della casa di abitazione. (Cass., 5479/2012, 20387/2013, 9552/2014, 27381/2014, 14026/2016).”

Inoltre, più di recente, è stato affermato che “ non può trovare applicazione il D.M. 31 ottobre 1992, n. 553, art. 2, secondo il quale nella dichiarazione di cui all’art. 1 debbono essere denunciati, al lordo degli oneri deducibili e delle ritenute erariali, i redditi di qualsiasi natura assoggettabili all’IRPEF o esenti da imposta, in quanto la casa di abitazione nel caso di specie ai fini assistenziali non costituisce onere deducibile, ma una voce di reddito ribadendo il principio di diritto secondo cui “in tema di pensione di inabilità, ai fini del requisito reddituale non va calcolato il reddito della casa di abitazione”. (Cass ., Sez . Lav . Sentenza 8 luglio 2016, n. 14026).

Per tali ragioni il Tribunale accoglie il ricorso in quanto fondato, considerato che il reddito della casa principale non deve essere computato ai fini della determinazione della soglia reddituale, al di sotto della quale va riconosciuta la prestazione previdenziale pensionistica di invalidità civile.

L’Inps viene condannata alla corresponsione della somma di euro 7.491,89, oltre ai ratei di pensione maturati e rimasti impagati a causa della sospensione, oltre al pagamento delle spese di giudizio.

Avv. Emanuela Foligno

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