La signora era finita in coma irreversibile nel 2005 per complicanze post intervento; i figli si sono rivolti alla Suprema Corte per ottenere l’annullamento della sentenza della Corte di appello che aveva ridotto il risarcimento riconosciuto in primo grado

Era finita in coma irreversibile per complicanze post intervento chirurgico. La signora, 72 anni, era stata operata nel settembre del 2005 in un ospedale di Massa, dove – secondo i parenti – era entrata in buone condizioni; a distanza di 271 giorni il suo cuore aveva cessato di battere.

I figli, convinti che il decesso fosse riconducibile a una “comprovata responsabilità medica”, avevano agito in giudizio al fine di vedersi riconoscere il risarcimento del danno per la perdita della propria congiunta.

Come riferisce la Nazione, in primo grado il Tribunale di Massa aveva condannato l’Asl 1 di Massa Carrara e il Consiglio nazionale ricerche (che gestisce la struttura sanitaria) a versare ai figli della vittima una cifra pari a circa un milione e 320 mila euro, ma la Corte di appello di Genova, ritenendo la responsabilità unicamente in capo al Cnr aveva ridotto l’importo del ristoro a 527mila euro.

I congiunti sono quindi ora rivolti alla Suprema Corte di Cassazione per chiedere l’annullamento della pronuncia di secondo grado.

A detta dei legali della famiglia, infatti, la relazione medica dei ctu del tribunale di Massa avrebbe chiaramente ravvisato nelle condotte attive e omissive del personale sanitario che ebbe in cura la signora “i profili di responsabilità colposa, in chiave di imperizia e/o imprudenza“.

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