Il lavoratore era affetto da un mesotelioma maligno epitelioideo con pattern solido, deciduoide e trabecolare, a causa delle esposizioni alle polveri di amianto (Tribunale di Ancona, Sez. lavoro, sentenza n. 262 del 18 febbraio 2021)

Con ricorso depositato in data 13 dicembre 2019, moglie, figlia e fratello del defunto lavoratore, citano a giudizio la società datrice di lavoro al fine di sentir dichiararne la responsabilità relativamente al decesso per mesotelioma maligno epitelioideo del proprio congiunto, a causa dell’attività lavorativa svolta presso i cantieri dei Cantieri Navali Riuniti con esposizione di polveri di amianto.

Si costituisce in giudizio la Società datrice eccependo l’inammissibilità della domanda e la carenza di nesso causale.

Preliminarmente il Tribunale premette che trattandosi di causa fondata sulla violazione della norma contenuta nell’art. 2087 c.c. incombe sull’attore l’onere di provare l’inadempimento, il danno ed il nesso causale tra il danno e la condotta del datore di lavoro, il quale ha l’onere di provare la dipendenza del danno da causa a lui non imputabile e, cioè, di aver adempiuto interamente all’obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno.

Relativamente alla distribuzione dell’onere probatorio tra le parti, la Suprema Corte da oltre quindici anni afferma che la verificazione del sinistro non è di per sé sufficiente per far scattare a carico dell’imprenditore l’onere probatorio di avere adottato ogni sorta di misura idonea ad evitare l’evento, in quanto la prova liberatoria del datore di lavoro presuppone la dimostrazione da parte del lavoratore sia del danno subito, che del rapporto di causalità fra la mancata adozione di determinate misure di sicurezza ed il danno.

“Ai fini dell’accertamento della responsabilità del datore di lavoro, ex art. 2087 c.c. – la quale non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva – al lavoratore che lamenti di aver subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, incombe l’onere di provare l’esistenza di tale danno, la nocività dell’ambiente di lavoro ed il nesso causale fra questi due elementi, gravando invece sul datore di lavoro, una volta che il lavoratore abbia provato le suddette circostanze, l’onere di dimostrare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e, tra queste, di aver vigilato circa l’effettivo uso degli strumenti di cautela forniti al dipendente non potendo il datore medesimo essere totalmente esonerato da responsabilità in forza dell’eventuale concorso di colpa del lavoratore, se non quando la condotta di quest’ultimo, in quanto del tutto imprevedibile rispetto al procedimento lavorativo tipico” ed alle direttive ricevute, rappresenti essa stessa la causa esclusiva dell’evento”.

Ciò premesso, risulta provato documentalmente che il defunto abbia lavorato dal febbraio 1957 al dicembre 1992 alle dipendenze della società convenuta svolgendo mansioni come montatore navale.

Anche la presenza dell’amianto sul luogo di lavoro e l’esposizione, anche indiretta, alle fibre vengono ritenute pienamente provate.

Dalle testimonianze raccolte in procedimenti analoghi, i cui verbali vengono acquisiti, è emerso che l’amianto veniva utilizzato nel cantiere navale: era presente in pannelli, che venivano tagliati per poter essere adattati a seconda delle esigenze, ed in polvere, utilizzata per ottenere un impasto tipo cemento; esso veniva inoltre spruzzato sulle lamiere prima di ricoprirle di lastre d’amianto. L’ambiente era saturo di polveri, che, per il tramite di manichette d’aspirazione, venivano fatte ricadere anche in tutto l’ambiente circostante e quindi anche nelle zone esterne dove erano presenti i lavoratori adibiti alle più svariate mansioni, per cui anche chi non lavorava l’amianto direttamente, era comunque indirettamente esposto al rischio di inalazione.

Dall’esito delle prove testimoniali risulta confermato che durante le operazioni di pulizia, che venivano svolte nell’orario di lavoro utilizzando delle normali scope e palette, si sollevavano nuvole di polvere bianca, che andavano ad impregnare le tute dei lavoratori.

Anche le dichiarazioni rese dai testi negli agli procedimenti civili hanno riferito le medesime circostanze.

Inoltre, la documentazione prodotta attesta che presso i cantieri navali di Ancona nel periodo nel quale vi lavorò il de cujus venisse utilizzato amianto per la costruzione delle navi: in tal senso, in particolare, tre atti contenuti nei fascicoli, ossia due documenti INAIL redatti nel 1983 e nel 1996 e una relazione del Ministero del Lavoro del 2000, relativo ai benefici previdenziali per i dipendenti di stabilimenti e cantieri navali industriali esposti all’amianto.

L’asbesto, quantomeno sino alla metà degli anni ’70, era utilizzato sia in forma spruzzata sia in forma legata (cemento amianto) sia in forma di pannelli (marinite), come ben documentato nella relazione INAIL del 04.12.1996, tutte modalità di utilizzo idonee a una dispersione aerea di polveri nocive nei luoghi di lavoro in funzione sia della tipologia del materiale, sia delle lavorazioni compiute con e su di esso.

Sempre dalla relazione INAIL del 1996, emerge che “in seguito all’utilizzo di amianto in rilevante quantità almeno sino alla metà degli anni ’70, tutte le mansioni che richiedevano la presenza dei lavoratori a bordo delle navi in costruzione esponevano gli operatori ad una quantità di fibre di amianto, ritenuta mediamente significativa, anche qualora la presenza degli operatori a bordo non fosse costante, e che l’esposizione fosse sia diretta, in quanto derivante da amianto manipolato o lavorato direttamente, sia ambientale, cioè indotta da operazioni inquinanti svolte in contemporanea in zone limitrofe della nave.”

Inoltre, l’INAIL di Ancona ha accertato e certificato che il de cujus è stato esposto ad amianto durante l’attività prestata nel periodo compreso fra il febbraio 1957 ed il novembre 1990.

A conferma di ciò, vi sono anche i numerosi esami autoptici eseguiti su ordine dell’autorità giudiziaria locale su lavoratori ex dipendenti dei cantieri navali deceduti per mesotelioma pleurico negli ultimi 10 anni, i quali hanno portato a constatare l’esistenza una quantità di corpi dell’asbesto nel tessuto polmonare secco di gran lunga superiori alla soglia dei 5000 corpi ritenuti idonei a raddoppiare il rischio di insorgenza di carcinoma.

In quest’ottica, sottolinea il Tribunale, la mansione di montatore navale del lavoratore deceduto appare sicuramente tra quelle maggiormente coinvolta in lavori a bordo delle navi in costruzione.

Il lavoratore è deceduto il 30.5.2018 per: “mesotelioma pleurico sinistro, metastasi pericardiche, fibrillazione atriale, insufficienza respiratoria acuta”.

Dalla documentazione sanitaria prodotta emerge che lo stesso era affetto in vita da un mesotelioma maligno epitelioideo con pattern solido, deciduoide e trabecolare, e che tale diagnosi veniva confermata anche in sede di revisione dei preparati istologici.

Viene, dunque, affermato che il decesso fu causato, con ragionevole certezza, in via diretta ed esclusiva da un mesotelioma pleurico maligno epitelioideo che ha determinato grave insufficienza respiratoria acuta.

E’ del tutto pacifico che il mesotelioma che ha condotto a morte il lavoratore sia di origine professionale.

Egualmente pacifico che il datore di lavoro abbia violato tutti gli obblighi di sicurezza e tutela dei lavoratori, come è emerso dall’esame delle condizioni svolte in fase istruttoria.

Giurisprudenza consolidata ha statuito che ai fini del giudizio di prevedibilità deve aversi riguardo alla potenziale idoneità lesiva della condotta a provocare i danni, ma non necessita che l’agente si prefiguri nello specifico l’evento poi concretizzatosi.

La prevedibilità dell’evento non significa rappresentazione precisa, in tutta la sua gravità, dell’evento poi verificatosi, ma soltanto conoscenza della potenziale idoneità della condotta antidoverosa a dare vita ad effetti dannosi per la salute.

Ciò posto, la pericolosità dell’amianto era già nota fin dal 1909 quando il R.D. 14 giugno 1909 n. 442 includeva la filatura e la tessitura dell’amianto tra i lavori insalubri o pericolosi vietati alle donne minorenni ed ai fanciulli o sottoposti a speciali cautele.

Tale decreto costituisce il primo dei numerosi interventi legislativi finalizzati alla tutela dei lavoratori a contatto con l’amianto, tra i quali vi sono la legge 455/1943 sull’assicurazione obbligatoria contro la silicosi e l’asbestosi, e il D.P.R. 19 marzo 1956 n. 303.

Riguardo alla evitabilità dell’evento di danno, occorre verificare, sulla base di un giudizio prognostico, se il comportamento alternativo lecito avrebbe evitato l’evento contestato.

In sede civile, il criterio di accertamento è quello del “più probabile che non”, ovverosia bisogna verificare se in base ad una regola di normalità causale sia possibile affermare con alto grado di probabilità che l’eliminazione mentale della condotta contestata avrebbe evitato il verificarsi dell’evento (cosiddetto giudizio controfattuale).

Al riguardo, la legislazione dell’epoca (anni ’50), sino agli inizi degli anni ’90, non vietava l’uso dell’amianto, poichè vi era una specifica norma, l’art. 21 del DPR 303/1956, che richiedeva al datore di lavoro di sostituire, ove possibile, il materiale polveroso.

Tutto ciò posto, il Tribunale passa al vaglio il ristoro dei danni.

Al fine della liquidazione del danno terminale non sono utilizzabili le tabelle per l’invalidità permanente, perchè formate sulla base della vita media futura presunta, ma non sono neppure utilizzabili i normali criteri tabellari di liquidazione del danno biologico temporaneo che tengono conto di una situazione che porta alla guarigione, ovvero ad un consolidamento dei postumi.

Pertanto, la liquidazione del danno biologico temporaneo viene effettuata attraverso una valutazione equitativa.

Il Tribunale ritiene congruo adottare, come già accaduto in casi analoghi, il criterio del doppio del danno da invalidità temporanea facendo riferimento ai valori stabiliti dalle tabelle del Tribunale di Milano in vigore al momento della decisione.

Con riferimento al danno terminale, il Tribunale di Milano, in un’appendice delle tabelle, ha individuato modalità di calcolo che valorizzano la sofferenza dovuta alla coscienza dell’avvicinarsi alla morte, inquadrando il suddetto danno nell’ambito del danno biologico temporaneo.

Dalla documentazione medica allegata risulta che la malattia veniva diagnosticata a metà gennaio 2018 e confermata a fine mese, a seguito di ricovero.

Altri ricoveri presso il reparto pneumologia seguivano a fine febbraio, a marzo ed aprile 2018.

Tra aprile e maggio, il lavoratore si sottoponeva a radioterapia e a metà maggio veniva nuovamente ricoverato presso il reparto di oncologia medica, dal quale, a causa del peggiorare delle condizioni cliniche, veniva trasferito al reparto di medicina d’urgenza dove decedeva in data 30.5.2018.

Il periodo di danno biologico temporaneo assoluto al 100% è dunque pari a 5 mesi, alla luce dei numerosi ricoveri e del documentato grave decadimento delle condizioni generali con deficit della funzionalità respiratoria, caratterizzato da elevata sofferenza soggettiva (come da grave sintomatologie descritta in cartella clinica) ed elevate ripercussioni sulle attività dinamico relazionali del soggetto ampiamente eccedenti quelle già ricomprese nella valutazione del danno biologico temporaneo e da considerare come personalizzazione del danno al suo valore massimo valore.

Inoltre, per la persona affetta da mesotelioma, la progressione, anche in termini di lucida sofferenza per l’approssimarsi dell’evento morte, è inversa a quella ipotizzata dall’Osservatorio milanese, trattandosi di una escalation di dolore e deperimento biologico, tuttavia, viene adottato un criterio misto che affianca al doppio del danno temporaneo quello dettato dalla tabella sul danno terminale, in modo da valorizzare l’estrema sofferenza degli ultimi giorni della malattia.

Quindi, gli ultimi 100 giorni di vita, vengono liquidati con il massimo previsto in tabella, per il residuo periodo viene utilizzato il criterio del doppio del danno biologico temporaneo, addivenendosi all’importo complessivo di euro 124.000,00. Che andrà diviso in pari quota tra la moglie e la figlia.

Relativamente alla richiesta di risarcimento del danno non patrimoniale jure proprio a titolo di lesione del rapporto parentale che implica l’esistenza tra la persona deceduta e quella che invoca il risarcimento, dei rapporti di affetto, reciproco affidamento e frequentazione che, secondo il comune sentire, costituiscono il proprium del suddetto rapporto parentale.

Il de cujus era convivente con la moglie, mentre la figlia viveva in residenza autonoma, così come il fratello.

Nel caso di specie, peraltro, non è solo la lesione parentale in sé a dover essere risarcita ma anche la sofferenza di dover assistere all’agonia del proprio caro, afflitto da lunga malattia, senza speranza di guarigione.

Viene riconosciuto alla moglie l’importo di euro 300.000,00

Viene riconosciuto alla moglie l’importo di euro 300.000,00, alla figlia l’importo di euro 165.000,00 e al figlio l’importo di euro 100.000,00 jure hereditatis

In conclusione, il Tribunale di Ancona condanna la Società datrice al pagamento dell’importo di euro 300.000,00 a titolo jure proprio ed euro 62.000,00 jure hereditatis in capo alla moglie; all’importo di euro 165.000,00 jure proprio ed euro 62.000,00 jure hereditatis in capo alla figlia, all’importo di euro 100.000,00 jure proprio in capo al figlio.

La società convenuta viene anche condannata al pagamento delle spese di giudizio.

Avv. Emanuela Foligno

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