Le nuove prove idonee alla revisione della condanna devono confutare l’accertamento dei fatti posti alla base della sentenza (Cassazione penale, sez. IV,  sentenza n. 32210 del 17 novembre 2020)

La Corte di Appello di Messina dichiarava inammissibile l’istanza di revisione della condanna della Corte di Appello di Catania del 14.4.1994, proposta dal datore di lavoro condannato alla pena di Lire 600.000 di multa per il reato di lesioni gravissime in conseguenza di infortunio sul lavoro.

L’istanza di revisione si fondava sulla prova nuova costituita dalla condanna riportata dal lavoratore – parte civile –  con la sentenza del GUP del Tribunale di Siracusa in data 8.1.2018, in relazione alla truffa consistita nel simulare una sordità completa bilaterale in realtà insussistente, conseguenza dell’infortunio sul lavoro per il quale il datore veniva condannato.

La Corte territoriale ha dichiarato l’istanza di revisione della condanna inammissibile, sul presupposto che il nuovo elemento di prova addotto non fosse idoneo a ribaltare il giudizio di colpevolezza, in quanto dalla sentenza del GUP di Siracusa avrebbe potuto derivare la sola esclusione di una circostanza aggravante e non del fatto-reato.

Il datore di lavoro propone ricorso per Cassazione lamentando violazione di legge e vizio di motivazione considerato che il compendio probatorio emerso escludeva il reato sia per quanto riguarda la documentazione presentata, che per gli eventi consequenziali e successivi alla data dell’ultima richiesta di revisione del processo.

Nello specifico viene eccepito che la Corte doveva controllare il fondamento persuasivo delle nuove prove e, con riferimento alla condanna del lavoratore, avrebbe dovuto evincerne il comportamento processuale “che ha fatto finta di avere subito delle lesioni gravi a seguito dell’incidente ed invece non aveva proprio nulla, pertanto se è stato capace di raggirare la giustizia, di fare il furbo è evidente che anche nel corso del giudizio penale di primo grado, lo stesso fingeva e cercava in tutti i modi di farsi gioco della giustizia”.

La Suprema Corte, nel dichiarare inammissibile il ricorso, ritiene che i motivi di impugnativa sono generici e svolgono censure di merito non consentite in sede di legittimità.

Viene evidenziato che, in tema di revisione, la declaratoria di inammissibilità della richiesta, per essere le “nuove prove” palesemente inidonee ad inficiare l’accertamento dei fatti posti alla base della sentenza di condanna, si sottrae a censure in sede di legittimità allorchè sia fondata su una motivazione adeguata ed immune da vizi logici.

Nell’Ordinanza impugnata, la Corte territoriale si è correttamente attenuta al costante insegnamento secondo cui è inammissibile la richiesta di revisione fondata sulla prospettazione di elementi tali da dar luogo, se accertati, non al proscioglimento, ma alla dichiarazione di responsabilità per un diverso e meno grave reato.

L’ordinanza impugnata ha, infatti, correttamente osservato che la sentenza di merito intervenuta, e considerata come prova nuova, ha accertato soltanto l’insussistenza delle lesioni gravissime del lavoratore, ma non dell’incidente in sè, con la conseguenza che essa potrebbe eventualmente escludere la sussistenza delle aggravanti contestate datore, ma non il fatto-reato per il quale è stato condannato.

In conclusione, il ricorso viene dichiarato inammissibile e il datore di lavoro viene condannato al pagamento delle spese processuali e al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura di euro 2.000,00.

Avv. Emanuela Folignoù

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