Le dichiarazioni della vittima possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato per stalking previa rigorosa verifica (Cassazione penale, sez. I, sentenza n. 31206 del 9 novembre 2020)

Il Tribunale di Lecce giudicava l’imputato colpevole di stalking e di detenzione di armi e ordigni esplosivi  e lo condannava alla pena di dieci anni di reclusione e al pagamento di euro 20.000,00 di multa.

La Corte di Appello di Lecce confermava la sentenza impugnata e condannava l’appellante al pagamento delle ulteriori spese processuali.

La condanna dell’uomo riguarda due vicende criminose distinte che si sviluppano parallelamente. Per quanto qui di interesse viene commentata quella inerente il reato di stalking.

Nello specifico veniva accertato che l’uomo poneva in essere plurime azioni intimidatorie nei confronti della vittima e dei suoi familiari.

Venivano esaminate la persona offesa e cinque testi che chiarivano il contesto nel quale l’imputato maturava nei confronti della vittima un atteggiamento di risentimento personale, che si concretizzava in una serie di condotte vessatorie avvenute a Gallipoli, nell’arco temporale compreso tra l’agosto del 2016 e il settembre 2016.

Nel corso delle indagini preliminari venivano anche svolte una serie di intercettazioni i cui risultati confermavano la dinamica dei reati contestati.

L’uomo ricorre in Cassazione lamentando che la decisione impugnata sarebbe sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto della ricorrenza degli elementi costitutivi del reato di atti persecutori , con particolare riferimento al fatto che la testimonianza resa dalla vittima  escludeva condizionamenti psicologici per effetto dell’attività persecutoria.

Tale motivo viene ritenuto inammissibile.

Il materiale probatorio, incentrato sulle deposizioni della persona offesa e dei testi, conferma lo stato di soggezione psicologica nel quale versava la vittima per effetto delle minacce dell’imputato.

Tale soggezione psicologica sfociava finanche in condizione di sudditanza che si era ulteriormente accentuata in conseguenza della gravidanza della moglie.

Non è possibile -afferma il Collegio- dubitare della rilevanza probatoria delle dichiarazioni rese dalla persona offesa, attesa la sua condizione di vittima dell’attività vessatoria posta in essere dall’imputato.

Le dichiarazioni della persona offesa possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa rigorosa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto.

In tal senso l’operato  svolto dalla Corte d’Appello di Lecce risulta corretto sia dal punto di vista delle risultanze probatoria, sia in quanto rispettoso dei criteri della giurisprudenza di legittimità, secondo cui: “In tema di atti persecutori, ai fini dell’individuazione del cambiamento delle abitudini di vita, che costituisce uno dei tre possibili eventi alternativi contemplati dalla fattispecie criminosa occorre considerare il significato e le conseguenze emotive della costrizione sulle abitudini di vita cui la vittima sente di essere costretta e non la valutazione, puramente quantitativa, delle variazioni apportate”.

Per tali ragioni, il motivo di ricorso sul punto viene considerato inammissibile.

Avv. Emanuela Foligno

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