Respinto il ricorso di una donna condannata per lesioni personali; per la Cassazione le dichiarazioni della persona offesa possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica della credibilità soggettiva del dichiarante

Con l’ordinanza n. 16732/2020 la Suprema Corte si è pronunciata sul ricorso di una donna condannata in sede di merito alla pena di 400 euro di multa per il reato di lesioni personali di cui all’art. 582 del codice penale, nonché al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile liquidato in via equitativa in 650 euro.

Nel ricorrere per cassazione l’imputata deduceva, tra gli altri motivi, vizio di motivazione in ordine alla valutazione della prova, ovvero le dichiarazioni della persona offesa, che – a suo dire – era stata travisata.

I Giudici Ermellini, nel respingere il motivo di doglianza hanno chiarito che le dichiarazioni della persona offesa, possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone.

Nel caso in esame il giudice d’appello aveva motivato in merito alla credibilità soggettiva della dichiarante parte offesa e all’attendibilità intrinseca del racconto, ritenendo che i fatti fossero stati riferiti in modo chiaro e preciso, fornendo una dettagliata descrizione della aggressione subita, senza che emergesse alcun elemento di contraddittorietà. Le risultanze probatorie sono state confermate anche dalla documentazione medica e fotografica e non smentite da quanto dichiarato dai testi.

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