Lo scontrino fiscale è da sempre ritenuto prova concreta del pagamento del prezzo di una merce acquistata.

Rappresenterebbe la dimostrazione dello scambio di denaro tra venditore e acquirente ed è elemento essenziale per il primo a regolarizzare la sua posizione con il fisco, l’Agenzia delle Entrate. Si tratta infatti di un documento che il venditore rilascia ammettendo dunque implicitamente di aver ricevuto soldi. Diversamente dovrebbe pagare le tasse su un reddito – quello proveniente dalla merce venduta – mai incassati.

Le cose invece cambiano con una sentenza rilasciata pochi mesi fa dal tribunale di Ivrea che ha definito la controversia tra venditore e compratore. Il primo ha dichiarato di aver battuto lo scontrino prima di ricevere i soldi, il secondo invece di aver dato il denaro al momento dell’emissione dello scontrino fiscale.

Per il giudice Stefania Frojo che ha esaminato il caso lo scontrino è solo una presunzione di pagamento. La sua funzione quindi è quella di rendere verosimile lo scambio di merce e di denaro che avviene quasi contemporaneamente. Dal punto di vista giuridico però non ha il valore di una confessione che potrebbe avere invece una quietanza. Occorre dunque un documento che attesti esplicitamente lo scambio di denaro e quindi l’estinzione del debito a tutti gli effetti. Questo caso pertanto dimostra che lo scontrino da solo non basta. Nell’eventualità di una contestazione potrebbe essere d’aiuto a dimostrare il reale passaggio di denaro un bonifico o una movimentazione bancaria. Il pagamento tracciabile varrebbe come prova di quietanza, precisa e concordante.

Nel caso in esame poi è emerso che in realtà gli scontrini erano stati emessi in orario in cui il negozio era chiuso al pubblico e consegnati al compratore all’atto della consegna degli arredi effettuate presso l’abitazione di quest’ultimo. Trattandosi nel caso specifico di mobili vi è stata più di una consegna e l’acquirente ha dichiarato “nella seconda memoria istruttoria, di aver pagato l’importo in più soluzioni e che, a fronte di ogni pagamento, avrebbe ricevuto l’emissione di uno scontrino fiscale”. Non è dunque vero come sostiene quest’ultimo che vi è stata la consegna di denaro al momento di emissione dello suddetto scontrino.

Sul piano probatorio non ci sono quindi gli elementi per provare l’avvenuto pagamento della cifra pari a Euro 30.425,00 degli scontrini emessi nei giorni 4,5,6,7 e 15 settembre 2012. A ciò si aggiunge – come fa notare il giudice – anche il limite alla circolazione dei contanti posto dalla normativa antiriciclaggio che fissa in 1.000 euro il limite per l’uso di banconote. Secondo la Corte dunque non è verosimile per il compratore l’aver consegnato alla parte venditrice un importo di gran lunga superiore a tale limite “con conseguente rischio di incorrere nelle sanzioni previste dalla normativa di settore”.
A chiusura del caso si aggiunge infine la testimonianza della moglie del compratore che avrebbe ammesso il mancato pagamento e che lo scontrino aveva la mera funzione di documento di consegna della merce.
La mancata dimostrazione del pagamento ha comportato così la restituzione della merce oltre la condanna alla rifusione delle spese processuali a favore del venditore.

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