Ludopatia: dipendenza dal gioco d’azzardo. È questa la definizione che dà il vocabolario di lingua italiana per descrivere una vera e propria patologia

Può un dipendente di banca, cassiere, affetto da ludopatia, continuare a svolgere la propria attività? E cosa succede se, nell’esercizio delle proprie funzioni si appropria indebitamente di somme di denaro?

Il caso

Di recente la Corte di Cassazione ha avuto proprio a che fare con la vicenda riguardante un “malato” di gioco d’azzardo, impiegato di banca, accusato dal suo datore di lavoro di aver indebitamente sottratto delle somme di denaro, mentre era a lavoro e pertanto, licenziato.

Cosicché egli decideva di ricorrere per vie legali, impugnando il provvedimento di licenziamento dinanzi al Tribunale civile, perché sproporzionato e non curante della sua condizione psico-patologica.

Nel corso del processo a suo carico ,era stata espletata una c.t.u. per verificare lo stato di malattia. Dalla stessa era emerso che egli fosse affetto “da una ludopatia soltanto, lieve o al più moderata, che non aveva compromesso la capacità d’intendere e di volere, sicché era residuata un’apprezzabile capacità di autocontrollo, atteso che la condotta appropriativa era stata posta in essere proprio in occasione di favorevoli condizioni ambientali, restando accertato che il lavoratore non era soggetto ad alcun impulso ingestibile, operando invece nella piena consapevolezza del disvalore del suo comportamento e sulla base di una valutazione razionale “posso farlo perché nessuno mi vede”. Non era stato provato, al contrario, il carattere, asseritamente discriminatorio e sproporzionato, della condotta datoriale, che era comunque da escludersi sussistendo palesemente la giusta causa del recesso, avuto riguardo al fatto dell’appropriazione indebita di danaro”;

Il ricorso veniva respinto sia in primo grado che in appello.

Il ricorso in Cassazione

A giudizio degli Ermellini il ricorso è inammissibile.

La Corte di merito con adeguata motivazione aveva escluso il nesso di causalità tra la dedotta ludopatia (risultata lieve /moderata) e la condotta contestata al lavoratore, consistita in ammanchi di cassa (pacifica tra le parti), nonché l’incapacità di intendere e di volere al momento della commissione dei fatti ascritti, ciò sulla scorta di apposita c.t.u. medico legale, espletata altresì con l’ausilio di uno specialista in materia.

Quanto alla proporzionalità del provvedimento disciplinare rispetto ai fatti contestati, la Cassazione non ha dubbi nell’affermare che la condotta dell’appropriazione di danaro (evidentemente reputata dolosa sulla scorta dell’anzidetta c.t.u.) non può che elidere, per sua stessa definizione, l’elemento fiduciario, del resto particolarmente sensibile ed essenziale nel rapporto di lavoro in ambito bancario, vista la delicatezza delle mansioni generalmente svolte.

A sostegno della sua decisione la Suprema Corte richiama peraltro, un precedente caso analogo (Cass. lav. n. 7650/2008) in cui era stato rigettato il ricorso di un lavoratore, contro la pronuncia dei giudici di merito che avevano dichiarato la legittimità del suo licenziamento irrogato da Poste Italiane. Anche in questo caso, il dipendente affetto da ludopatia, si era reso responsabile dell’appropriazione continuata di somme di danaro poste in essere nell’esercizio dei propri compiti.

Cosicché, già in quell’occasione si era rilevato come la forte propensione al gioco d’azzardo riscontrata nel lavoratore non valesse a giustificare o ad attenuare la gravità dell’addebito, quale elemento idoneo a pregiudicare irreparabilmente il vincolo fiduciario.

Il dipendente aveva ugualmente deciso di impugnate il provvedimento e portarlo al vaglio di legittimità, posto che i giudici di merito avrebbero omesso di valutare l’esistenza (scriminante) della sua malattia, peraltro accertata in sede di c.t.u.

Nel corso dell’istruttoria era emerso che dipendente nel momento in cui poneva in essere l’azione illecita si trovava, a causa della patologica dedizione al gioco d’azzardo, nella condizione di non poter esercitare un controllo efficace sulla propria volontà, pur presumibilmente comprendendo il significato di quanto andava compiendo. Di conseguenza, il Tribunale avrebbe dovuto escludere la gravità dell’infrazione sotto il profilo soggettivo in relazione al disposto dell’art. 2106 c.c. che impone il rispetto del principio di proporzionalità nell’individuazione delle sanzioni disciplinari da parte del datore di lavoro.

Invero, l’impossessamento illecito del danaro avvenne non in una, ma in più occasioni, sicché si sarebbe dovuto dimostrare, e ciò non era avvenuto, che in tutti i casi, il lavoratore agì sotto un’irrefrenabile spinta a delinquere; e, in ogni caso, la forte spinta al gioco d’azzardo, anche ammesso che avesse assunto dimensioni patologiche, non poteva giustificare l’appropriazione del danaro, trattandosi di comportamento autonomo rispetto all’impulso a giocare d’azzardo, pur se finalizzato a soddisfare questa esigenza.

Nessun dubbio, allora: è legittimo il licenziamento del dipendente che si appropria indebitamente di somme di denaro, pur se affetto da ludopatia.

 

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