Respinto il ricorso di un uomo che si era visto respingere la domanda di indennizzo per malattia a eziologia multifattoriale

In ordine ai criteri di riparto dell’onere probatorio, nel caso di malattia ad eziologia multifattoriale, il nesso di causalità relativo all’origine professionale della malattia non può essere oggetto di semplici presunzioni tratte da ipotesi tecniche teoricamente possibili, ma necessita di una concreta e specifica dimostrazione e, se questa può essere data anche in termini di probabilità sulla base delle particolarità della fattispecie (essendo impossibile, nella maggior parte dei casi, ottenere la certezza dell’eziologia), è necessario pur sempre che si tratti di “probabilità qualificata”, da verificarsi attraverso ulteriori elementi (come ad esempio i dati epidemiologici), idonei a tradurre la conclusione probabilistica in certezza giudiziale.

Lo ha chiarito la Cassazione con l’ordinanza n.17354/2021 pronunciandosi sul ricorso di un uomo che si era vista rigettare la domanda volta a conseguire la rendita o l’indennizzo per malattia professionale.

Il ricorrente si rivolgeva alla Suprema Corte eccependo, tra gli altri motivi, che la Corte territoriale, pur evidenziando — con riguardo alla patologia al rachide – la presenza di una malattia multifattoriale, aveva fondato il proprio giudizio sulle risultanze di un elaborato peritale contraddittorio in quanto l’anamnesi lavorativa effettuata dal consulente tecnico d’ufficio aveva evidenziato l’esposizione al rischio lavorativo (movimentazione manuale di carichi consistenti in scatoloni del peso di circa 15 kg, fino a 25 kg, da sollevare fino ad una altezza di 2,40 cm); il Giudice a quo, inoltre, aveva invertito il criterio dell’onere della prova, essendo sufficiente, con riguardo alle malattie multifattoriali, provare — a carico del lavoratore — l’esposizione a rischio lavorativo e l’esistenza della patologia ed essendo irrilevante il potenziale concorso di fattori extralavorativi, salvo prova contraria da fornirsi a carico dell’INAIL.

Gli Ermellini hanno ritenuto le doglianze manifestamente infondate.

In particolare, quanto all’inversione dell’onere della prova, la Cassazione ha sottolineato che la parte ricorrente non aveva addotto alcun fatto la cui considerazione da parte del giudice avrebbe di per sé condotto ad un diverso e a sé favorevole giudizio, limitandosi ad evidenziare una circostanza meramente indiziaria (ossia la movimentazione manuale dei colli per parte della giornata durante l’adibizione al magazzino partenze) che, non possedendo di per sé l’attitudine a tradurre la probabilità dell’evento in termini di certezza giudiziale, non potrebbe non essere valutata comparativamente con le altre che la Corte di merito aveva valorizzato (“presenza di scoliosi lombare dx convessa con rotazione delle vertebre sul loro asse, preesistenza di una condizione francamente predisponente a fenomeni di degenerazione discale vertebrale”, attività di magazziniere ed addetto alla linea vetro “effettuata fondamentalmente con uso di carrello elevatore elettrico con forche frontali”, adibizione, dopo i primi tre anni, “al magazzino arrivi ove non risulta movimentasse manualmente carichi pesanti”) per giungere alla conclusione secondo cui — trattandosi di patologia tipicamente multifattoriale, con conseguente onere in capo all’interessato di fornire prova concreta e specifica del nesso di causalità relativo all’origine professionale della stessa – «la portata “predisponente a fenomeni di degenerazione discale” di tale condizione, affermata dal CTU nominato dal Tribunale, non è stata in alcun modo contestata dal CTP del ricorrente in primo grado, il quale ha sostanzialmente condiviso la carenza di elementi in ordine all’origine professionale della patologia al rachide».

La redazione giuridica

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