Ciò che rileva è la circostanza che il processo patologico possa sviluppare una relazione causale con una menomazione fetale

“Ai sensi della l. n. 194/1978, art. 6, lett. b), l’accertamento di processi patologici che possono provocare, con apprezzabile grado di probabilità, rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro consente il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza, laddove determini nella gestante, compiutamente informata dei rischi, un grave pericolo per la sua salute fisica o psichica. Laddove il medico non abbia informato correttamente e compiutamente la gestante dei rischi di malformazioni fetali correlate a una patologia dalla medesima contratta, può essere riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni subiti”, in tal senso si è espressa la Suprema Corte (Cass. Civ., Sez. III, sentenza n. 653/21 del 15 gennaio 2021).

I genitori del bambino nato con gravi malformazioni convenivano in giudizio il Medico ginecologo e l’Azienda ospedaliera per vederli condannare al risarcimento dei danni subiti.

La gestante alla 22° settimana contraeva un’infezione da Citomegalovirus e si rivolgeva al proprio Ginecologo onde comprendere se fosse necessario, o opportuno, interrompere la gravidanza per la possibilità di gravi malformazioni fetali.

Il Ginecologo rassicurava la donna e affermava l’impossibilità di praticare l’aborto terapeutico essendo decorsi i termini.

Successivamente, con parto cesareo il bambino veniva dato alla luce, ma presentava gravi lesioni cerebrali conseguenti a calcificazioni nervose.

La domanda veniva rigettata sia in primo grado che in Corte d’Appello sulla base del principio per cui “è onere della parte che lamenti il mancato esercizio del diritto all’interruzione della gravidanza allegare e dimostrare la sussistenza delle condizioni che avrebbero legittimato tale interruzione ai sensi dell’art. 6, lett. b), l. n. 194/1978, o che la conoscibilità di rilevanti anomalie e malformazioni del feto avrebbe generato uno stato patologico pericoloso per la salute fisica o psichica della donna”.

La vicenda approda in Cassazione.

Gli Ermellini specificano che l’interruzione volontaria della gravidanza può essere praticata “quando siano accertati processi patologici (…) che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del feto”.

E che nel ricomprendere la legge “l’eventualità di processi patologici relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del feto”, non significa che la anomalia o la menomazione del feto si sia già concretizzata in modo da essere strumentale o clinicamente accertabile.

Ciò che rileva è la circostanza che il processo patologico possa sviluppare una relazione causale con una menomazione fetale.

La doglianza della donna viene ritenuta fondata e la Suprema Corte cristallizza il seguente principio di diritto: “l’accertamento di processi patologici che possono provocare, con apprezzabile grado di probabilità, rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro consente il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza, ai sensi della L. n. 194 del 1978, art. 6, lett. b), laddove determini nella gestante – che sia stata compiutamente informata dei rischi – un grave pericolo per la sua salute fisica o psichica, da accertarsi in concreto e caso per caso, e ciò a prescindere dalla circostanza che l’anomalia o la malformazione si sia già prodotta e risulti strumentalmente o clinicamente accertata”.

In applicazione di tale principio ne deriva che il Medico che non informa correttamente la gestante dei rischi di malformazioni fetali correlate a una patologia della gestante è chiamato a risarcire i danni conseguenti alla mancata interruzione della gravidanza alla quale la donna sarebbe ricorsa.

Avv. Emanuela Foligno

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