La durata della malattia (mesotelioma pleurico) si è esaurita in tredici mesi con evoluzione continua e progressiva e il paziente ha avuto la percezione e la piena consapevolezza delle conseguenze letali (Tribunale di Vicenza, Sentenza n. 215/2021 del 26/08/2021-RG n. 396/2020)

Gli eredi del lavoratore deceduto invocano il risarcimento dei danni conseguenti alla morte del loro congiunto per mesotelioma pleurico, assumendo la natura professionale della malattia che l’ha determinata e la responsabilità della datrice di lavoro, ai sensi dell’art. 2087 c.c.

In particolare, il lavoratore ha svolto mansioni di falegname, aggiustatore meccanico, addetto alla bonifica dell’amianto e alla manutenzione e, dal 2015 alla morte, addetto alle Officine Meccaniche di Vicenza.

Sostengono gli attori che l’uomo è stato esposto all’amianto dalla metà degli anni 90 e che la società resistente non ha adottato le misure di prevenzione necessarie ad evitare il pericolo per la salute del dipendente, in violazione dell’obbligazione di sicurezza prevista dall’art. 2087 c.c.

La società datrice si costituisce in giudizio escludendo ogni profilo di responsabilità e assumendo di avere sempre osservato le norme di prevenzione vigenti ed ha contestato la sussistenza del nesso causale tra l’attività lavorativa e la patologia e la sussistenza e l’ammontare del danno richiesto.

Il Tribunale ritiene la domanda fondata.

Il lavoratore era affetto da mesotelioma pleurico che lo ha condotto alla morte.

La CTU ha consentito di accertare che il defunto è stato affetto da mesiotelioma pleurico, patologia provocata dall’esposizione all’asbesto, con sopravvivenza a lungo termine rara.

Il consulente ha indicato che “le tabelle delle malattie di origine lavorativa, di cui al DM 27.4.2004, hanno inserito il mesotelioma pleurico tra i tumori professionali provocati dall’esposizione all’amianto. I dati della letteratura scientifica mettono poi in evidenza l’incremento del rischio di mesotelioma tra gli addetti al servizio ferroviario, in particolare tra coloro che hanno svolto le stesse mansioni del lavoratore e, per questo, hanno subito una rilevante esposizione all’amianto.”

La scheda individuale del lavoratore, inserita nel Registro di esposizione ad agenti cancerogeni per il personale in servizio contiene le mansioni cui il defunto è stato adibito (tornitore e falegname, aggiustatore meccanico, attrezzista, operatore addetto a interventi specifici su componenti di amianto, per l’incapsulamento, la decoibentazione e la sostituzione dell’amianto con altro materiale) e i periodi di riferimento.

Conseguentemente viene ritenuto accertato il rapporto causale tra la patologia e la morte del defunto.

La CTU ha evidenziato “la malattia è insorta il 14.6.2018, ciò con riferimento alla documentazione sanitaria esaminata, che ha messo in evidenza come la patologia fosse già in stato avanzato quando è stata scoperta. Sulla base dei dati sanitari, da cui emerge che periziato venne sottoposto a intervento chirurgico già nel mese di agosto 2018, due mesi dopo la prima diagnosi, il danno biologico temporaneo può essere stimato nella misura media dell’80% dalla data della comparsa della patologia fino al decesso”.

Ciò posto, in punto di responsabilità del datore di lavoro viene ribadito quanto statuito dalla Suprema Corte : “d’altro canto l’imperizia, nella quale rientra la ignoranza delle necessarie conoscenze tecnico – scientifiche, è uno dei parametri integrativi al quale commisurare la colpa, e non potrebbe risolversi in esimente da responsabilità per il datore di lavoro”.

Va considerato, sul punto, che l’orientamento della giurisprudenza di legittimità è nel senso che incombe sul lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro, mentre sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi (cfr. Cass.24742/2018).

L’esposizione del defunto all’amianto nel corso dell’attività lavorativa emerge dai documenti allegati e inerenti il procedimento di ATP promosso dal lavoratore prima del decesso.

Viene pertanto affermata la responsabilità della datrice di lavoro per la malattia contratta dal defunto lavoratore.

Sotto tale profilo, la società convenuta non ha offerto prova adeguata a dimostrazione dell’adozione delle misure di prevenzione adeguate e prevenire il rischio specifico derivato dalla presenza di amianto nell’ambiente di lavoro e all’esposizione dei lavoratori.

Venendo alla liquidazione dei danni jure hereditatis, viene considerato che l’uomo di è ammalato all’età di 56anni e la sua situazione familiare comprendeva figli ancora in giovanissima età (rispettivamente 31, 20 e 17 anni) e una mogli e di 54 anni.

Quando la malattia è insorta, il lavoratore aveva quindi davanti a sé una prospettiva di vita personale e familiare ancora lunga e il tempo trascorso tra l’insorgenza della malattia e la morte è stato caratterizzato da una sofferenza intensa.

Sul punto il CTU: ” La durata della malattia si è esaurita in tredici mesi senza che vi sia stato un quadro patologico stabilizzato, ma il periodo è stato caratterizzato da un’evoluzione continua e progressiva; il paziente ha avuto non solo la percezione ma la piena consapevolezza delle conseguenze letifere della neoplasia di cui era portatore; vi era verosimilmente una sofferenza psico -fisica del massimo grado…..(..).. dalla documentazione medica emerge come la neoplasia abbia progressivamente aumentato il dolore fisico, provocato dalle metastasi ossee, con una successiva compromissione del midollo spinale. Il lavoratore ha poi perso la capacità di deambulare, il tutto in una condizione di piena consapevolezza delle condizioni di salute e dell’esito della malattia. Il danno alla salute di carattere temporaneo va stimato nei 400 giorni decorrenti dalla diagnosi (14 giugno 2018) alla morte (19 luglio 2019) e va stimato nella misura dell’80%”.

Il danno jure hereditatis dei ricorrenti viene risarcito utilizzando i parametri predisposti dalle tabelle milanesi, nel loro aggiornamento del 2021, addivenendo per i primi 100 giorni a euro 125.000,00.

Per la liquidazione del danno dei successivi 300 giorni, viene utilizzato il criterio del triplo della misura di liquidazione del danno biologico da invalidità temporanea, che la CTU ha stimato nell’80%, addivenendosi all’importo di euro 80.000,00.

Dall’importo complessivo di euro 205.000,00, deve essere detratta la somma di euro 11.296,41, riconosciuta dall’INAIL per lo stesso titolo, residuando euro 194.000,00.

Per il danno jure proprio da perdita del rapporto parentale, alla moglie viene liquidato l’importo di euro 240.000,00 e in favore di ciascuno dei figli l’importo di euro 190.000,00.

Infine, la società convenuta viene condannata ulteriormente alla rifusione delle spese di lite.

Avv. Emanuela Foligno

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