In caso di condotte vessatorie poste in essere da un dipendente nei confronti di un subordinato sussiste anche la responsabilità del datore di lavoro, qualora questi sia rimasto colpevolmente inerte nella rimozione del fatto lesivo

Con il termine “mobbing” si indica una condotta tenuta dal datore di lavoro nei confronti del suo dipendente consistente in una serie ripetuta di ingiustificati soprusi diretti ad isolarlo ed a screditarlo nell’ambiente di lavoro e preordinati alla sua estromissione dallo stesso, condotta tale da comportare per il lavoratore gravi menomazioni sia in relazione alla sua capacità lavorativa che alla sua integrità fisica.

Lo ha affermato la Corte d’Appello di Firenze, in una recente sentenza n. 393/2019, con la quale ha riconosciuto il diritto di un lavoratrice al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale, dedotto quale conseguenza della dequalificazione professionale e dei continui comportamenti vessatori posti in essere nei suoi confronti, dal proprio superiore gerarchico.

A tal fine, la corte territoriale ha valorizzato le dichiarazioni testimoniali, tutte univoche nel confermare le circostanze esposte dall’attrice nell’atto introduttivo del giudizio: collocamento in una stanza di lavoro di passaggio, continue lamentele nei suoi confronti, ingiustificati rimproveri, minacce e offese; l’essere sottoposta a controlli “anche per andare in bagno”; l’isolamento da parte degli altri colleghi; privazione degli strumenti di lavoro quali il computer e la stampante necessari per procedere al controllo delle dichiarazioni dei redditi; l’essere stata oggetto di un sopralluogo con modalità inusuali, nell’ambulatorio ove ella svolgeva, part time, la sua seconda attività di psicopedagogista; l’avere subito un processo penale in cui era “stata accertata «una realtà completamente diversa da quella rappresentata dalle accuse formulate nei suoi confronti; l’essere stata, in generale, vittima di un accanimento del capo nei suoi confronti che l’avevano portata a rassegnare le proprie dimissioni.

In primo grado, il Tribunale di Firenze, aveva respinto l’azione formulata dalla lavoratrice, sostenendo che non fossero stati dimostrati tutti gli elementi costitutivi del mobbing, né che fosse stata fornita la prova delle singole condotte vessatorie o mortificanti suscettibili di determinare la responsabilità risarcitoria del datore di lavoro e che, in generale, si trattava di “mere situazioni conflittuali createsi nell’ambiente di lavoro”.

La Corte d’appello ha invece, ribaltato l’esito del giudizio.

A tal proposito ha chiarito che qualora la condotta di mobbing provenga da un altro dipendente, posto in posizione di supremazia gerarchica rispetto alla vittima, ciò non vale ad escludere la responsabilità dei datore di lavoro – su cui incombono gli obblighi ex art. 2049 cod. civ. – ove questi sia rimasto colpevolmente inerte nella rimozione del fatto lesivo (Cass. 18093 del 2013).

La stessa giurisprudenza di legittimità ha stabilito che nell’ipotesi in cui il lavoratore chieda il risarcimento del danno patito alla propria integrità psico-fisica in conseguenza di una pluralità di comportamenti del datore di lavoro e dei colleghi di lavoro di natura asseritamente persecutoria, il giudice del merito è tenuto a valutare se i comportamenti denunciati possano essere considerati vessatori e mortificanti per il lavoratore e se siano causalmente ascrivibili a responsabilità del datore che possa esserne chiamato a risponderne nei limiti dei danni a lui specificamente imputabili (Cass. 4222 del 2016).

Ebbene nel caso in esame, per i giudici della corte territoriale non vi erano dubbi sulla responsabilità del superiore gerarchico, autore delle condotte denunciate ed accertate come vessatorie e mortificanti.

Sussiste però – ha aggiunto la corte fiorentina – anche la responsabilità del datore di lavoro essendo lo stesso rimasto colpevolmente inerte nella rimozione del fatto lesivo, pur essendo a conoscenza di tutti i fatti contestati.

Il danno da demansionamento

Quanto al danno da demansionamento, la corte d’appello ha chiarito che “L’assegnazione dei dipendenti a mansioni inferiori rispetto a quelle proprie del loro livello contrattuale non determina di per sé un danno risarcibile ulteriore rispetto a quello costituito dal trattamento retributivo inferiore cui provvede, in funzione compensatoria, l’art. 2103 cod. civ., il quale stabilisce il principio della irriducibilità della retribuzione, nonostante l’assegnazione e lo svolgimento di mansioni inferiori e meno pregiate di quelle già attribuite, giacché deve escludersi che ogni modificazione delle mansioni in senso riduttivo comporti una automatica dequalificazione professionale, connotandosi quest’ultima, per sua natura, per l’abbassamento del globale livello delle prestazioni del lavoratore con una sottoutilizzazione delle sue capacità e una conseguenza le apprezzabile menomazione – non transeunte – della sua professionalità, nonché con perdita di chance ovvero di ulteriori potenzialità occupazionali o di ulteriori possibilità di guadagno” ( Cass. 16792 del 2003 ).

La redazione giuridica

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