Respinto il ricorso di un ragazzo sulla quantificazione del ristoro per la morte della sorella, nata dalla convivenza more uxorio del padre con un’altra donna, a seguito di un sinistro stradale

La Cassazione, con ordinanza n. 39237/2021, si è pronunciata sul ricorso di un giovane, che aveva agito in giudizio per ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale per la morte della sorella nata dalla convivenza more uxorio fra il padre e un’altra donna. Quest’ultima, deceduta presso il pronto soccorso subito dopo sinistro stradale, aveva dato alla luce mediante parto cesareo una bimba, morta poco dopo la nascita.

Il Tribunale aveva accolto la domanda nei confronti della società assicuratrice del veicolo antagonista dell’incidente condannandola al pagamento della somma di Euro 14.244,00, oltre interessi legali sulla somma devalutata e rivalutata alla data di pubblicazione della sentenza; aveva invece rigettato rigettò la domanda nei confronti del conducente.

La Corte di appello aveva poi riformato parzialmente la pronuncia di prime cure, condannando la società assicuratrice al pagamento della somma di Euro 23.745,00, oltre interessi legali sulla somma devalutata e rivalutata alla data di pubblicazione della sentenza. Il Giudice di secondo grado, nello specifico, aveva osservato, con riferimento alla liquidazione del danno non patrimoniale, che la frequentazione da parte dell’attore della famiglia paterna, per quanto non intensa come quella che si sarebbe potuta avere se le parti avessero vissuto nella stessa città, non poteva certo essere definita sporadica e che il fatto che il ragazzo fosse stato figlio unico fino alla nascita della sorella faceva presumere che egli si sarebbe molto legato a quest’ultima. Aveva aggiunto, quindi, che non si comprendeva come il Tribunale, per la sola relativa distanza geografica dei due nuclei familiari e per la considerazione che la perdita di un legame futuro sarebbe stata meno dolorosa di un legame già esistente, considerazioni che legittimavano al più la liquidazione del danno prossima al minimo di cui alle tabelle milanesi, avesse potuto addirittura ridurre del 40% l’importo minimo della tabella.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, il ricorrente denunciava, tra gli altri motivi, che la corte territoriale, con motivazione non rispettosa del minimo costituzionale, dopo avere dato atto del mutamento radicale della vita del minore, ammettendone quindi le consistenti privazioni, non ne aveva tratto le conclusioni sul piano della determinazione dell’importo risarcitorio, liquidando l’importo di Euro 23.745,00, a fronte di un range che poteva arrivare ad Euro 142.420,00.

Gli Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto infondata la doglianza proposta.

La corte territoriale, infatti, era pervenuta alla determinazione dell’importo a titolo risarcitorio sulla base del rilievo di una incoerenza nella motivazione del primo giudice la quale, sulla base delle circostanze della distanza geografica dei due nuclei familiari e del grado minore di sofferenza per la perdita di un legame futuro rispetto ad un legame già esistente, anziché attestarsi sul minimo della tabella del Tribunale di Milano, lo aveva ridotto del 40%. Si comprendeva quindi chiaramente quale fosse la ratio decidendi alla base della decisione impugnata: rilevata l’esistenza della sofferenza per la perdita parentale, sul fondamento di una frequentazione che non sarebbe stata sporadica e di un legame che si sarebbe instaurato per la condizione di figlio unico del danneggiato, la determinazione del danno era stata guidata dalla considerazione della distanza geografica e della minore intensità della sofferenza trattandosi di un legame non attuale. Inoltre, la motivazione della decisione impugnata evidenziava che il motivo lamentava la riduzione del 40% dell’importo individuato nel minimo della tabella milanese. Ebbene, parametrando la motivazione a siffatta indicazione del motivo di appello, risultava palese che la motivazione stessa non era assertoria quanto alla quantificazione del danno, che risultava determinata con l’esclusione della riduzione del 40%. La chiara percezione di quale fosse la ratio decidendi impediva di classificare la motivazione come al di sotto del minimo costituzionalmente rilevante.

La redazione giuridica

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