Depositate le motivazioni della sentenza con cui sono stati condannati in primo grado i tre medici che soccorsero il giocatore immediatamente dopo il malore

Se i medici avessero utilizzato il defibrillatore nei primi tre minuti successivi al collasso, le probabilità di ripresa del ritmo cardiaco sarebbero quantificabili intorno al 60/70%. E’ quanto si legge nelle quaranta pagine di motivazioni della sentenza emessa lo scorso settembre che ha chiuso il processo di primo grado per la morte di Piermario Morosini, il calciatore del Livorno deceduto il 14 aprile 2012 nel corso di un incontro di Serie B allo stadio Adriatico di Pescara.

Tre i medici per i quali sono state riconosciute responsabilità nella gestione dei soccorsi. Si tratta, nello specifico, dei medici sociali delle due squadre in campo, condannati entrambi a 8 mesi, e del medico del 118 presente allo stadio, condannato a un anno.

La valutazione ha tenuto conto del fatto che “Morosini era un soggetto giovane (26 anni), in condizioni fisiche che gli avevano consentito di esercitare per anni attività sportiva a livello professionale, e la cardiopatia aritmogena dalla quale era affetto, del tutto asintomatica fino all’insorgenza della fibrillazione ventricolare, interessava un’area del muscolo cardiaco molto limitata”.

Quanto alle cause del decesso, il giudice del Tribunale monocratico di Pescara ha accolto le tesi dei periti secondo cui Morosini sarebbe morto a causa fibrillazione ventricolare indotta proprio dalla cardiopatia aritmogena e dallo sforzo fisico intenso. Escluso, invece, che il giocatore sia stato colto da una possibile asistolia, sulla quale non sarebbe stato possibile intervenire efficacemente con il defibrillatore.

Pertanto, stabilito che il defibrillatore era presente sul campo e che andava utilizzato tempestivamente, il giudice si è dunque occupato di individuare le responsabilità di chi avrebbe dovuto utilizzarlo, ovvero i tre medici , individuando un nesso di causalità tra la loro condotte colposa e il decesso dell’atleta. “Poiché il Dae è uno strumento di facilissimo utilizzo – sottolinea il giudice – è del tutto evidente come il suo utilizzo debba essere parte del necessario bagaglio professionale di qualsiasi medico, anche non specialista”. Gli imputati, inoltre, non potevano non avere visto il Dae era stato prontamente predisposto accanto alla testa dell’infortunato e avrebbero dovuto, una volta effettuate le manovre prodromiche, procedere al suo utilizzo.

Infine, nel delineare la graduazione delle responsabilità sotto il profilo della colpa il giudice individua poi nel medico del 118 colui che avrebbe dovuto assumere il ruolo di leader nelle operazioni di soccorso in virtù delle sue competenze professionali che lo rendevano la persona più esperta nella specifica attività in corso.

 

 

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui