Il grave ritardo con cui fu effettuato il clampaggio dei vasi uterini attraverso cui è stato isolato l’utero dal sistema circolatorio ha causato la morte per gravissimo shock emorragico ipovolemico (Tribunale di Messina, Sez. II, sentenza non definitiva n. 322/2021 del 15 febbraio 2021)

I congiunti della paziente deceduta citano a giudizio il Medico e l’Azienda sanitaria Provinciale di Messina onde ottenere il ristoro dei danni subiti a causa della perdita del familiare causata da errata prestazione sanitaria e conseguente shock emorragico ipovolemico durante il parto.

Gli attori deducono:

  • la paziente, alla 41esima settimana di gravidanza era stata ricoverata presso il reparto di Ginecologia ed Ostetricia dell’ospedale di Taormina in data 7 ottobre 2013;
  • alle 15.15 del successivo 9 ottobre, sotto controllo medico aveva partorito naturalmente un bambino di sesso maschile;
  • in seguito a complicanze conseguenti al parto , la donna era deceduta alle 18 ,10 dello stesso giorno;
  • i Consulenti tecnici, nominati dalla Procura della Repubblica nel procedimento penale, accertavano profili di condotta negligente e imprudente della Ginecologa, confermando le tesi dei periti nominati dagli attori in quella sede, ed evidenziavano che una diversa gestione della vicenda avrebbe potuto evitare l’esito infausto.

Si costituiscono in giudizio la Ginecologa e la sua Compagnia assicuratrice e l’Azienda Ospedaliera. Nelle more del giudizio tra gli attori e la Ginecologa interveniva un accordo risarcitorio con conseguente rinunzia alla domanda formulata nei confronti della Professionista.

La causa viene istruita con produzione documentale e CTU Medico-Legale.

Preliminarmente, il Tribunale svolge ampia panoramica giurisprudenziale sulla natura della responsabilità sanitaria e sui relativi oneri probatori delle parti.

Premesso ciò, il Tribunale da atto che l’Azienda sanitaria ha eccepito che la necessità dell’isterectomia è stata determinata dalla metrorragia sorta durante il parto, con conseguente decesso della paziente, non addebitabile alla condotta della Ginecologa.

L’insorgenza della metrorragia costituirebbe, secondo l’Azienda, il fattore imprevedibile che ha reso impossibile l’adempimento della prestazione medica, alla luce pure dell’art. 2236, c.c. che esclude qualsiasi responsabilità del professionista, se non per dolo o colpa grave, in caso di problemi tecnici di speciale difficoltà.

Inoltre, l’Asp ha eccepito che nessun ulteriore profilo di responsabilità contrattuale si può configurare, dal momento che l’ospedale non aveva alcuna carenza organizzativa e strutturale.

Dalla CTU risulta che “le condizioni della paziente (di anni 38) erano al momento del ricovero compatibili con lo stato di una puerpera alla 41esima settimana di gravidanza…(..).. durante il parto la paziente è stata affetta da un gravissimo shock emorragico ipovolemico trattato con isterectomia totale, verosimilmente per atenia uterina, che ne comportò la morte”.

“In relazione al trattamento della metrorragia individuata alle 15 ,55 mentre alle 16, 00, secondo la cartella clinica, la paziente era sottoposta ad un intervento chirurgico in uno stato di shock e di estrema gravità , secondo quanto risulta dalla cartella anestesiologica. Tale gravità, contrasta con l ‘insorgenza della metrorragia soli 5 minuti prima di detta descrizione e con il metodo adottato dai chirurghi di procedere prima ad una ecografia esplorativa e poi ad una isterectomia senza immediato clampaggio dei principali vasi uterini e/o afferenti.”

“La tecnica d’intervento usata era idonea al trattamento di un ‘iserectomia normale e non ad una urgente dovuta alla presenza di un’emorragia incontrollabile . I sanitari hanno, invece, perso tempo utile facendo un’ecografia nonché informando i parenti…(..).. Inoltre è censurabile che prima del parto non fossero state predisposte delle sacche di sangue, nonostante ciò sia previsto dalle linee guida, tant’è che la richiesta di quest’ultime, secondo quanto risulta dalla cartella clinica è avvenuta solo alle 16 ,59 ossia 59 minuti dopo che la paziente si trovava sottoposta d’urgenza all’intervento chirurgico…(..)… In particolare il grave ritardo con cui fu effettuato il clampaggio dei vasi uterini attraverso cui è stato isolato l’utero dal sistema circolatorio causò un’elevatissima perdita di sangue e la morte”.

“Fu un errore sottoporre la paziente al parto naturale anziché a quello cesareo dal momento in cui aveva ricevuto in passato un analogo taglio e subito l’esportazione di ben 4 miomi uterini , in contrasto con le linee guida , che prevedono come controindicazione del parto naturale una precedente miomectomia multipla. Ed ancora, i sanitari non hanno compiuto il monitoraggio cardio tocografico continuo previsto in caso di induzione al parto” ….(..).. “ vi è nesso causale diretto tra l’operato dei sanitari nell’esecuzione dell’isterectomia e la morte della donna. Ciò alla luce dei classici criteri medico -legali (cronologico, topografico, efficienza qualitativa e quantitativa, eziologico, di continuità fenomenica, di esclusione di altre cause); infatti, tenuto conto dell’acclarato ritardo nell’esecuzione del clampaggio dei vasi uterini, avvenuto solo dopo aver eseguito procedure assolutamente inutili all’arresto dell’emorragia, quali l’ecografia uterina, il colloquio con i parenti, il massaggio uterino, l’isolamento e la legatura dei legamenti rotondi ed utero -ovarici da entrambi i lati, lo scollamento della plica vescicouterina e della vescica verso il basso, si ritiene che il ritardo in un paziente che presentava grave stato di shock emorragico abbia contribuito in maniera determinante al viraggio verso una condizione patologica irreversibile della paziente con formazione della CID terminale. A ciò ha contribuito inoltre anche la tardiva somministrazione di plasma/sangue/emoderivati avvenuta successivamente alle ore 17 .00, in quanto richiesti alle ore 16.59. E’ evidente che la somma di tali comportamenti imperiti, imprudenti e negligenti ha concorso in maniera determinante al verificarsi dell’exitus finale della paziente”.

Al riguardo, il Tribunale osserva che le conclusioni cui è giunto il CTU, allineate peraltro a quanto accertato dai Consulenti in sede penale, sono del tutto condivisibili e coerenti.

Pacifica, quindi, la responsabilità della Ginecologa e della Struttura, attese le numerose negligenze accertate dal CTU, con particolare riferimento alla mancata esecuzione di parto cesareo, all’assenza di sacche di sangue e al ritardo del trattamento medico necessario.

Inoltre, non trova applicazione la limitazione di responsabilità prevista dall’art. 2236, c.c., dal momento che, secondo quanto esposto dal CTU l’intervento aveva natura routinaria e non era di speciale difficoltà.

Viene, dunque, affermata in prima battuta la responsabilità della Ginecologa e dell’Asp ai sensi dell’art. 1228 c.c. nella causazione dell’evento, dovendosi comunque ancora verificare se vi siano circostanze idonee a sterilizzare tale affermazione, quanto meno sotto il profilo della corretta organizzazione e normale funzionamento dell’ospedale di Taormina.

Relativamente alla graduazione delle colpe tra Struttura e Ginecologa, il Tribunale applica la clausola di chiusura della presunzione di uguale colpa ex art. 2055 ult. co. c.c., in coerenza con il dettame della giurisprudenza che, in presenza di un dubbio oggettivo e reale, ammette l’utilizzo di tale criterio.

Venendo al risarcimento dei danni, gli attori hanno chiesto il ristoro del danno patrimoniale e non patrimoniale sotto il profilo morale, esistenziale-parentale, biologico.

Riguardo la voce patrimoniale, viene rigettata la domanda proposta dai genitori, dalla sorella, dal marito e dai figli della defunta.

Riguardo il ristoro del danno non patrimoniale, il Tribunale distingue il danno morale terminale (o danno da lucida agonia o danno catastrofale o catastrofico) e il danno biologico terminale.

Non è rinvenibile -osserva-, la consapevolezza in capo alla defunta dell’approssimarsi della propria fine, stante la riferita gravità di shock e di stato generale, che ha portato all’intervento chirurgico e , quindi , alla morte, né un apprezzabile lasso di tempo tra l’evento lesivo e il decesso stesso, limitato a poche ore.

La domanda viene quindi rigettata, difettando i presupposti per la riconoscibilità del danno in questione.

Riguardo il danno da perdita del rapporto parentale, per il marito e i figli superstiti, viene liquidato il valore massimo di euro 330.000,00 ciascuno, stante lo stretto rapporto familiare con la vittima e la giovane età del coniuge.

Ai genitori della defunta, viene liquidato l’importo di euro 300.000,00 ciascuno.

Alla sorella, viene liquidato l’importo di euro 84.075,00, mancando la prova di un legame particolarmente intenso.

Detraendo la somma già corrisposta agli attori dalla Ginecologa, residuano euro 1.158.075,00, oltre rivalutazione ed interessi legali.

§§

La decisione a commento, precisando che è di natura non definitiva per quanto concerne il riparto della responsabilità tra Medico e Struttura, non pare condivisibile laddove ha respinto la domanda di danno patrimoniale avanzata dal marito e dai figli.

Tale posta risarcitoria, andava, a parere di chi scrive, ristorata.

La paziente lavorava e produceva un reddito annuo di circa 17.000,00/annui, oltre alle attività casalinghe e di cura dei figli.

E’ pacificamente evidente che la famiglia abbia subito una perdita di apporto economico e di cura dei figli e gestione della casa.

Il tutto è stato documentato, attraverso un ipotetico calcolo di esborso economico per l’utilizzo di una Colf, e attraverso la documentazione reddituale della defunta, ma, ciononostante, il Tribunale ha rigettato la domanda, senza fornire una motivazione congrua.

Anche riguardo la liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale, il Tribunale non giustifica perché ha inteso liquidare l’importo massimo anche in capo ai genitori della defunta, senza passare al vaglio la qualità e quantità dei rapporti della defunta con la famiglia di origine.

Eguale considerazione per la liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale in capo alla sorella, che il Tribunale giustifica con la mancata prova di un legame particolarmente intenso.

Ebbene, non si comprende perchè “l’intensità”, ovverosia la qualità e quantità dei rapporti tra la defunta e la famiglia di origine, è stata valutata – come pare – per ristorare il danno in capo alla sorella, e non quello in capo agli ascendenti.

Avv. Emanuela Foligno

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