La responsabile regionale del Sindacato Medici Italiani interviene sulla vicenda dei provvedimenti notificati ai medici dai cui studi partirono le certificazioni per i vigili assenti dal servizio a capodanno 2015
“Nessuno ha ceduto utenza e password di accesso al Sistema Ts, che è la porta di accesso individuale alla certificazione di malattia, ai sensi delle vigenti normative italiane”. A parlare è Cristina Patrizi, responsabile della sezione laziale dello Smi, Sindacato Medici Italiani, in merito alla multa da 30mila euro notificata nei giorni scorsi dal Garante della Privacy ad alcuni medici per non avere rispettato la normativa che prevede la conservazione in luogo sicuro delle credenziali che permettono l’accesso ai sistemi telematici.
Un provvedimento che rientra nella vicenda giudiziaria nata dalla denuncia del comune di Roma per il numero anomalo di assenze dal servizio di numerosi vigili urbani nella notte di capodanno 2015, a causa di malattie o altri problemi risultanti dalle varie fattispecie di certificazioni emesse.
Patrizi spiega che nella maggior parte dei casi oggetto del provvedimento del Garante i medici avrebbero consentito ai colleghi sostituti l’accesso ai propri gestionali di studio, che risulta essere inevitabile laddove il sostituto non sia stato preventivamente registrato e autorizzato dal titolare; tale circostanza avrebbe comportato per default e senza violazione delle utenze e password del sistema Ts, l’ emissione di certificazione di malattia che, in tale maniera, risulta emessa dal titolare assente.
Non ci sarebbe dunque né violazione del sistema informatico né tantomeno sostituzione di persona. “I medici – sottolinea ancora la responsabile Smi Lazio – erano nelle condizioni di dovere accedere ai profili personali dei titolari, per potere adempiere compiutamente alle loro funzioni cliniche, cosa che non avrebbero potuto fare in assenza dei dati clinici dei pazienti medesimi”.
“Queste le aberrazioni della burocrazia sulla privacy e le conseguenze delle vicende mediatiche romane sulla certificazione di malattia per i vigili urbani, che possono mettere a rischio la stessa continuità delle cure tra medico titolare e sostituto, negli studi dei medici di famiglia”.
Patrizi auspica poi che si trovi un modus operandi formalmente corretto sia sotto il profilo giuridico che sotto il punto di vista della tutela del diritto alla privacy per chiedere la derubricazione o comunque la modifica di quegli aspetti del codice che hanno portato a tale situazione, caratterizzata da ammende pesantissime superiori al 40-50% dell’importo annuo lordo delle competenze o addirittura addebiti penali.
“I professionisti sia titolari di convenzione per la Assistenza Primaria, che i giovani sostituti, magari ancora inesperti della complessa situazione sia certificatoria che di utilizzo dei diversi gestionali clinici di raccolta dei dati, ebbene – continua Patrizi – non si devono trovare a rispondere di pesanti ipotesi di reato come succitato, per aver inviato una certificazione altresì formalmente correttamente evinta, utilizzando un profilo ID ( utenza e password) attribuito al collega che si sostituiva”.
Lo Smi chiede dunque una semplificazione dell’accesso alle password tra titolare e sostituto e in regime di equipe o gruppo, Ucp etc, che consenta ai professionisti di lavorare serenamente senza incappare in sanzioni sproporzionate. Il sindacato, inoltre auspica uno snellimento dei sistemi e dell’attuale complessità applicativa della Legge sulla privacy nonché una omogenea applicazione delle norme certificatorie sul territorio nazionale, oggi di fatto derogate nella quasi totalità al medico di medicina generale.
“Lasciamo che i medici facciano i medici – conclude la responsabile regionale dello Smi – e non ingabbiamoli in lacci e lacciuoli che ne impediscono l’attività. La vicenda mediatica dei vigili urbani capitolini non può avere come unico caprio espiatorio dei professionisti che hanno, altresì, correttamente operato sotto il profilo professionale e deontologico, perché nessun sistema informatico è stato violato e nessuna password era mal custodita”.




