I sindacati hanno deciso di incrociare le braccia per protestare contro la decisione di molti esercenti di tenere i negozi aperti durante le festività pasquali

La liberalizzazione delle aperture sancita dal decreto Salva Italia del 2011 consente ai commercianti di tenere i negozi aperti anche durante i giorni di festa. Una decisione da sempre al centro di polemiche. Quest’anno, in occasione delle festività pasquali, i sindacati tuttavia non sono rimasti a guardare. Cgil, Cisl e Uil hanno indetto scioperi in cinque regioni. A essere interessate dalla mobilitazione sono, nello specifico, Toscana, Lazio, Emilia Romagna, Puglia e Sicilia.

In Puglia si fermano i lavoratori della grande distribuzione. In Emilia Romagna la protesta riguarda i centri commerciali; in Toscana e Lazio, invece, è generalizzata a tutto il commercio, dai supermercati ai negozi di abbigliamento. Nel Lazio, peraltro, le tre sigle del commercio incroceranno le braccia anche il 25 aprile e il 1 maggio; così anche in Sicilia, dove al calendario dello sciopero è stata aggiunta anche la festività del 2 giugno.

“La festa non si vende”; “Nei giorni di festa non si vendono diritti”; “Vi romperemo le uova nel paniere”.

Sono alcuni degli slogan che accompagnano la protesta di Filcams Cgil, UilTucs e Fisascat Cisl. Secondo le sigle sindacali l’apertura selvaggia sarebbe responsabile dell’aumento della precarietà. Di qui la necessità di riaprire un dibattito sul tema in Parlamento .

L’obiettivo delle Associazioni è quello di ripristinare le chiusure degli esercizi commerciali in occasione delle principali feste: da Capodanno a Natale e Santo Stefano, passando per l’Epifania, Pasqua, Pasquetta, 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno, 15 agosto, 1 novembre e 8 dicembre.

“C’è l’idea che tutti i giorni sono uguali e che non c’è più né festa religiosa né laica che venga riconosciuta, non solo come occasione di riposo ma anche per fare delle cose diverse”. Questo il commento del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. “È insopportabile questa pressione che non ha paragone con gli altri Paesi europei dove, invece, le regole sugli orari sono molto precise e rispettose delle persone che lavorano”.

 

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