In caso di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale per l’“uccisione” della propria nonna, i nipoti devono provare la effettività e la consistenza della relazione parentale, rispetto alla quale il rapporto di convivenza non costituisce elemento essenziale

La vicenda

I ricorrenti avevano agito in giudizio contro l’ASL per sentir accertare la condotta omissiva colposa dei medici del reparto di chirurgia generale in occasione dell’intervento che aveva determinato la morte della propria nonna. Avevano chiesto dunque, la condanna di quest’ultima al risarcimento di tutti i danni patiti sia iure proprio che iure hereditario.

La loro congiunta era stata ricoverata presso il predetto nosocomio nell’anno 2006 per una serie di patologie; in particolare, nel mese di febbraio dello stesso anno, l’anziana signora si era rivolta al Pronto Soccorso dove le era stata diagnosticata una sospetta diverticolite; successivamente era stata trasferita nel reparto di chirurgia dell’ospedale, dove era stata sottoposta ad un intervento chirurgico che aveva risolto la diverticolite, ma aveva causato una peritonite acuta da perforazione viscerale. A seguito di ciò era stata sottoposta ad un intervento chirurgico e successivamente trasferita nel reparto di terapia intensiva, dove moriva nel mese di aprile 2006, con diagnosi di perforazione intestinale.

Il processo di primo grado si era concluso con l’accoglimento delle domande attoree, avendo il Tribunale ritenuto sussistente il nesso causale tra la condotta dei sanitari e il decesso della nonna.

La Corte d’appello di Genova riformava la sentenza, aderendo all’orientamento di legittimità che richiede, per la risarcibilità del danno parentale, oltre al profilo della intensità del legame affettivo, anche il dato oggettivo della convivenza.

Sulla vicenda si sono infine, pronunciati i giudici della Suprema Corte (ordinanza n. 7743/2020) cha hanno, ancora una volta, ribaltato l’esito del processo, accogliendo la domanda dei due ricorrenti.

Invero, la corte territoriale aveva precisato di aderire ad un orientamento della giurisprudenza non univoco, senza considerare il recente indirizzo che non considera la convivenza un presupposto necessario per il risarcimento del danno non patrimoniale subito iure proprio dai nipoti. Il profilo decisivo sarebbe costituito dalla lesione alla integrità familiare e alla rete di relazioni affettive che si creano e si fortificano all’interno della famiglia. In questi termini si sarebbe espressa la Corte di legittimità nell’anno 2013, dopo la decisione menzionata dalla corte territoriale.

La decisione

Il Supremo Collegio ha pertanto, ritenuto di dover dare continuità al recente orientamento (Cass. Sezione Terza, n. 21230/2016) secondo cui: “in caso di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale “da uccisione”, proposta “iure proprio” dai congiunti dell’ucciso, questi ultimi devono provare la effettività e la consistenza della relazione parentale, rispetto alla quale il rapporto di convivenza non assurge a connotato minimo di esistenza, ma può costituire elemento probatorio utile a dimostrarne l’ampiezza e la profondità, e ciò anche ove l’azione sia proposta dal nipote per la perdita del nonno. Infatti, non è condivisibile limitare la “società naturale”, cui fa riferimento l’art. 29 Cost., all’ambito ristretto della sola c.d. “famiglia nucleare”; perciò, il rapporto nonni-nipoti non può essere ancorato alla convivenza, per essere ritenuto giuridicamente qualificato e rilevante, non potendosi escludere a priori, nel caso di non sussistenza della stessa, la possibilità per tali congiunti di provare in concreto l’esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto” (Cass. Sezione Terza, n. 29332/2017).

Avv. Sabrina Caporale

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