La gelosia è stato il movente dell’omicidio passionale, ma la Corte d’appello di Bologna ha riconosciuto l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche all’imputato, rideterminando la pena a 16 anni di reclusione

Il caso sta facendo molto parlare negli ultimi giorni.
Con sentenza dell’11 dicembre 2017 il Gup del Tribunale di Rimini condannava, all’esito di giudizio abbreviato, l’imputato alla pena di trent’anni di reclusione per l’omicidio della propria compagna, avvenuto a Riccione il 5 ottobre 2016 e, al risarcimento dei danni in favore delle parti civili (figlia, sorella e marito separato della vittima), rimettendone la liquidazione al giudice civile, ma stabilendo una provvisionale immediatamente esecutiva di 350.000 Euro per la figlia, 100.000 euro per la sorella e 30.000 Euro per il marito.

I fatti

Nella tarda mattina del 6 ottobre 2016, il cadavere della vittima veniva ritrovato all’interno del suo appartamento. La donna ormai, deceduta, presentava all’altezza del collo, un taglio superficiale senza fuoruscita di materiale ematico che lasciava supporre uno strangolamento. Tale modalità di uccisione veniva confermata anche dal medico legale: la donna sarebbe stata strozzata a mani nude.
Ma gli inquirenti, non persero tempo ad attribuire la responsabilità dell’omicidio al compagno della vittima che, intorno alle 7 di quella stessa mattina, aveva inviato un SMS ad una cartomante, dalla quale da qualche tempo, si recava per avere pronostici e indicazioni sulle sue relazioni sentimentali: nel messaggio confessava di aver ucciso la sua compagna e che aveva intenzione di suicidarsi.
La cartomante, avvertiva immediatamente le forze dell’ordine che si recavano presso l’abitazione dell’imputato e successivamente in casa della vittima.

La cattura

L’uomo, dopo esser stato sottoposto a fermo per il delitto di omicidio, rendeva ampia confessione al pubblico ministero.
I due si erano conosciuti poco più di un mese prima; sin da subito era scattato un reciproco colpo di fulmine; il loro rapporto era stato ottimo, fino a quando la sera del 4 ottobre, due giorni prima dell’omicidio, la donna riceveva sul proprio cellulare il messaggio di un uomo.
Il suo contenuto non era compromettente (e la donna gli aveva detto che si trattava di un amico) ma ciò aveva scatenato l’ira per gelosia dell’uomo e una forte lite tra i due.
La tensione durò anche il giorno successivo fino e quando l’uomo fece ritorno a casa della vittima per parlarle e confessarle le ragioni delle sue insicurezze in amore, il precedente matrimonio fallito, una convivenza andata male e i continui tradimenti da parte delle “sue donne”.
Ma di fronte alla indifferenza della vittima e al suo poco interesse l’uomo perse ancora una volta la testa. E la mattina seguente il terribile omicidio, perché?  “perché lei non voleva più stare con me. Le ho detto che lei doveva essere mia e di nessun altro. L’ho stretta al collo e l’ho strangolata” e successivamente, il tentativo di suicidio.

La perizia medico-psichiatrica

Nel corso del processo a suo carico, il giudice lo sottoponeva a perizia medico psichiatrica per verificare le sue piene capacità di intendere e di volere, al momento del fatto.
Ebbene, dagli accertamenti era emerso un passato pieno di problematiche relazioni sentimentali: tradito più volte dalla moglie e successivamente anche dalla seconda compagna, con la quale aveva convissuto.
Non soltanto.
Nel 2013 egli si era rivolto ad un centro di salute mentale a causa di “forte ansia, crisi di panico, insonnia persistente e pensieri intrusivi“, condizione che era stata correlata alle problematiche connesse alla separazione dalla moglie e perciò, gli era stata prescritta una terapia farmacologica.
L’anno successivo aveva tentato per la prima volta il suicidio per reazione alla rottura della relazione con la nuova compagna.
In quella circostanza veniva ricoverato in un reparto psichiatrico ospedaliero e sottoposto ad un TSO, a causa dei suoi atteggiamenti aggressivi e violenti nei confronti del personale sanitario.
Durante il ricovero veniva anche sottoposto a valutazione neuropsicologica con somministrazione di test, che avevano evidenziato prestazioni nella norma, o addirittura superiori, rispetto alla capacità di controllare la risposta automatica, la capacità di inibire le risposte impulsive, la velocità nella fase esecutiva di un compito.

La relazione del consulente tecnico

Detto in altri termini, “l’imputato non presentava patologie psichiatriche strutturali né chiari segni di disturbo della personalità. Le esperienze di vita potevano aver amplificato il tratto della personalità relativo alla gelosia e alla diffidenza verso le donne e aver rinforzato, nella sua percezione, la paura di un possibile imminente abbandono o tradimento, al punto da doversi far rassicurare da una figura come quella della cartomante; tuttavia, non vi erano segni di alcuna patologia, il gesto omicida era scaturito da una crescente sensazione di impotenza e dall’incapacità di accettare la fine del rapporto, ma non si coglievano segnali di malattia mentale tale da inficiare la capacità di autodeterminazione“.
In buona sostanza, “l’omicidio era stato il frutto di uno stato d’animo turbato, tormentato dal dubbio, provato dalle precedenti esperienze di vita e sfociato in una reazione rabbiosa di fronte all’atteggiamento di chiusura della donna ma, al di là di questa soverchiante tempesta emotiva e passionale, non sembrava possibile scorgere nell’uomo alcuna alterazione rilevante, in termini di psicopatologia ai fini della capacità di intendere e di volere“.
Alla luce di tali emergenze processuali il giudice di primo grado lo aveva condannato alla massima pena della reclusione, per aver commesso il fatto per motivi abietti e futili.

Il ricorso in appello

Nel giudizio d’appello la difesa dell’imputato insisteva sull’elemento della gelosia, quale causa di esclusione della circostanza aggravante, già esclusa dal primo giudice, il quale aveva affermato che essa “deve fondarsi su una situazione reale e non su una pretestuosa rappresentazione della realtà”.
Ma per la difesa la gelosia, non era motivo così ripugnante da potersi qualificare come abietto e perciò dovevano trovare applicazione le attenuanti generiche, visto anche il suo stato di incensuratezza, il suo vissuto e le precedenti problematiche psicologiche.
E l’appello è stato accolto.
Come anticipato la decisione ha fatto molto discutere; ma per la corte d’assise d’appello di Bologna la sentenza doveva essere riformata in punto di diritto.
La sola manifestazione, per quanto parossistica e ingiustificabile, di gelosia può non integrare il motivo futile quando si tratti di una spinta davvero forte dell’animo umano collegata ad un desiderio di vita in comune: costituisce, invece, motivo abietto o futile quando sia espressione di uno spirito punitivo nei confronti della vittima, considerata come propria appartenenza e di cui va punita l’insubordinazione.
Peraltro, il giudizio sulla futilità del motivo non può essere riferito ad un comportamento medio, stante la difficoltà di definire i contorni di un simile astratto modello di agire, ma va ricondotto agli elementi del caso concreto, tenendo conto dei fattori personali e ambientali e del contesto spaziale e temporale in cui il fatto si è verificato“.

È quanto si legge nella sentenza.

In altre parole, per i giudici bolognesi, le attenuanti generiche non sono un diritto nemmeno dell’imputato incensurato, ma devono, comunque, essere ricondotte a elementi di fatto positivamente emersi, atti a giustificare una mitigazione del trattamento sanzionatorio.
E, nella specie la Corte d’assise d’appello di Bologna ha ritenuto di dover valorizzare la confessione dell’imputato, non tanto per quanto riguarda l’ammissione di responsabilità, ma perché fu egli stesso a fornire, in sede di confessione, prima al Pubblico Ministero e poi al Gip, la prova dell’aggravante dei motivi abietti o futili, che verosimilmente non sarebbe stata contestata se egli non avesse parlato della sua gelosia e delle discussioni con la vittima nell’ultimo fatale incontro.
Ed inoltre, la gelosia sebbene, come affermato dai consulenti tecnici, non era stata tale da inficiare le sue capacità di autodeterminazione al momento del fatto, fu comunque idonea ad influire sulla misura della responsabilità penale, quanto meno sotto il profilo dell’applicazione delle circostanze attenuanti generiche e della rideterminazione della pena a 16 anni di reclusione, per aver provocato in lui quella “soverchiante tempesta emotiva e passionale”.

La redazione giuridica

 
Leggi anche:
DELITTI FAMILIARI: PRECISAZIONI SUL REATO DI MALTRATTAMENTI TRA CONVIVENTI

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui