Alla base dell’imputazione, per lesioni colpose gravi, vi sarebbero rispettivamente il mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro e la carenza di controlli sullo stato di salute del lavoratore

Si pensava fosse una malattia ormai appartenente al passato; invece, un operaio di una vetreria di Empoli, si è ammalato di silicosi, patologia che un tempo colpiva prevalentemente proprio vetrai, minatori e cavatori. All’origine della malattia vi sarebbe l’esposizione, per diversi anni, a materiali che, pur essendo del tutto innocui per i clienti che acquistano il prodotto finito, durante i processi di lavorazione sono particolarmente rischiosi per i lavoratori in quanto ricchi di quarzo; il taglio e molatura industriale di tale minerale sprigiona elevati quantitativi di polvere di silice.

La vicenda del lavoratore toscano è finita al centro di un procedimento giudiziario nei confronti dell’imprenditore titolare dell’azienda e del medico che garantiva i controlli sanitari. Per i due imputati, su cui pende l’accusa di lesioni colpose gravi, il Pubblico ministero ha richiesto nelle scorse ore la condanna a 1 anno e 6 mesi di reclusione. La causa nasce da un’inchiesta della Procura di Firenze per violazione delle norme di prevenzione infortuni e malattie professionali. Per il Pm, nello specifico, il datore di lavoro avrebbe consentito, senza le dovute cautele previste dalla normativa vigente, che il lavoratore inalasse per anni dosi massicce di silice cristallina in polvere, sostanza che gli avrebbe causato una malattia irreversibile. Al medico viene invece imputato di non aver effettuato la sorveglianza obbligatoria prevista sui lavoratori esposti a tale rischio professionale. Il camice bianco, in particolare, è accusato anche di non aver mai prescritto all’operaio una lastra radiografica, esame che avrebbe consentito di diagnosticare tempestivamente la patologia anni prima.

Il dipendente non si è costituito parte civile nel processo. A costituirsi ci ha pensato invece l’Inail, che, come spiegato dal proprio legale, “ha subito riconosciuto in favore del lavoratore la patologia professionale erogando le relative prestazioni di legge” e chiede pertanto il risarcimento del danno patrimoniale corrispondente all’importo delle prestazioni, oltre al danno non patrimoniale, per una somma pari a circa 36mila euro. L’ultima parola spetta ora al giudice; la sentenza è prevista per la prossima udienza, in programma a gennaio del prossimo anno.

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