Lo stile di vita trasgressivo, ormai abbandonato, non pregiudica la possibilità per il padre di recuperare i rapporti con il figlio e di tornare ad esercitare le funzioni genitoriali a 360 gradi; la dichiarazione di adottabilità del minore rimane, infatti, un rimedio estremo

Dall’istruttoria era emersa l’irrecuperabilità delle capacità genitoriali di entrambi i genitori. Da una parte vi era la madre, la quale consumava stupefacenti e abusava di alcool, senza seguire le indicazioni fornite; dall’altra vi era il padre che, secondo le informative dei servizi sociali, aveva scarse capacità genitoriali e aveva espressamente richiesto che il figlio fosse etero-affidato.

Accertato, dunque, lo stato d’abbandono morale e materiale del minore, il Tribunale di Brescia dichiarò lo stato di adottabilità, collocandolo presso una coppia in lista d’attesa per l’adozione nazionale, con sospensione di tutti i rapporti con la famiglia d’origine.

La Corte d’appello di Brescia confermò la decisione di primo grado; cosicché la sentenza fu impugnata con ricorso per cassazione, accolto dalla Corte nel 2016, che annullò la sentenza con rinvio.

La prima pronuncia della Cassazione

A giudizio della Suprema Corte, il giudice d’appello aveva omesso di valutare la relazione, pervenuta al Tribunale dei minori, dalla quale erano emersi fatti nuovi riguardo al significativo miglioramento del rapporto tra padre e il figlio; aveva omesso, poi, di considerare che le analisi ematiche eseguite sul padre avevano avuto esito negativo circa l’uso di stupefacenti e alcool. Infine, non aveva preso in considerazione la manifestata volontà del nonno paterno di prendersi cura del nipote, né erano state valutate le mutate condizioni della madre la quale aveva aderito ad un percorso di recupero.

Riassunto il giudizio ed espletata la c.t.u., la Corte d’appello, in riforma dell’impugnata sentenza, dichiarò non luogo a provvedere sulla richiesta di dichiarazione dello stato di adottabilità del minore, revocando la dichiarazione in primo grado.

Dalla citata relazione dei servizi e dalla c.t.u. era emerso che il padre del minore fosse persona munita di adeguata capacità genitoriale, il quale aveva registrato un rilevante miglioramento delle relative funzioni rispetto a quanto accertato in primo grado, avendo altresì manifestato la disponibilità a supportare il minore; erano risultate, inoltre, superate le criticità pregresse legate allo stile di vita trasgressivo e legato all’uso di stupefacenti e all’abuso di alcool.

L’esclusione dei presupposti della dichiarazione di adottabilità non poteva, perciò, essere posta in discussione dal rilievo- segnalato dal c.t.u.- dell’attuale stabilizzazione del minore presso la famiglia collocataria e dei possibili pregiudizi che il rientro nella famiglia d’origine avrebbe potuto determinare.

Il secondo giudizio di legittimità

Ebbene, la Corte di Cassazione (Prima Sezione Civile, ordinanza n. 2702019) ha confermato la decisione nuovamente impugnata dalla tutrice del minore.

Il ricorso aveva sollevato la questione del necessario bilanciamento tra due contrapposti- e per certi versi incompatibili diritti, da una parte quello del genitore che intenda esercitare la sua capacità genitoriale, dall’altra il diritto alla continuità affettiva di cui è titolare il minore.

Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità è consolidata nell’affermare che l’art. 1 della legge 4 maggio 1983, n. 184 (nel testo novellato dalla legge 28 marzo 2001, n. 149) attribuisce al diritto del minore di crescere nell’ambito della propria famiglia d’origine un carattere prioritario – considerandola l’ambiente più idoneo al suo armonico sviluppo psicofisico – e mira a garantire tale diritto attraverso la predisposizione di interventi diretti a rimuovere situazioni di difficoltà e di disagio familiare (Cass., n. 1837/11).

Adottabilità: extrema ratio

Il prioritario diritto dei minori a crescere nell’ambito della loro famiglia di origine, tuttavia, non esclude la pronuncia della dichiarazione di adottabilità quando, nonostante l’impegno profuso dal genitore per superare le proprie difficoltà personali e genitoriali, permanga la sua incapacità di elaborare un progetto di vita credibile per i figli, e non risulti possibile prevedere con certezza l’adeguato recupero delle capacità genitoriali in tempi compatibili con l’esigenza dei minori di poter conseguire una equilibrata crescita psico-fisica (Cass., n. 16357/18).

Appare dunque evidente che il ricorso alla dichiarazione di adottabilità del minore sia praticabile solo come “soluzione estrema”, quando, cioè, ogni altro rimedio appaia inadeguato con l’esigenza dell’acquisto o del recupero di uno stabile ed adeguato contesto familiare in tempi compatibili con l’esigenza del minore stesso (Cass., n. 881/15; n. 7391/16; n. 13435/16).

In quest’ottica si colloca il ruolo fondamentale del giudice di merito, il quale è chiamato ad operare un giudizio prognostico teso, in primo luogo, a verificare l’effettiva ed attuale possibilità di recupero delle capacità e competenze genitoriali, con riferimento sia alle condizioni di lavoro, reddituali ed abitative, senza però che esse assumano valenza discriminatoria, sia a quelle psichiche, da valutarsi, se del caso, mediante specifica indagine peritale (Cass., n. 7559/18).

La decisione

Ebbene, nel caso in esame, i giudici di merito avevano fondato la decisione circa l’assoluta inidoneità del padre a farsi carico delle esigenze educative e di crescita del minore alla luce delle problematiche legate ad uno stile di vita improntato a trasgressività e all’abuso di alcol e stupefacenti risalenti nel tempo e non più attuali alla data della pronuncia di primo grado.

Il giudice del rinvio, invece, prendendo atto delle varie relazioni acquisite ed esaminandone il complesso contenuto, aveva formulato un giudizio prognostico favorevole in ordine alla recuperata capacità genitoriale del padre del minore, rilevando significativamente che i presupposti di tale pronuncia erano sussistenti già alla data della sentenza di primo grado e non portati al vaglio del giudice per il ritardo della trasmissione della relazione di aggiornamento dei servizi sociali.

Insomma, la recuperata capacità genitoriale del padre, escludeva la necessità di recidere il legame del minore con la sua famiglia d’origine, visto il carattere di estremo rimedio della dichiarazione di adottabilità.

La Corte territoriale aveva motivato in maniera esaustiva in ordine alla sussistenza dei presupposti della revoca dello stato di adottabilità del minore, applicando il consolidato orientamento giurisprudenziale e senza incorrere in nessuna contraddizione.

La redazione giuridica

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