Non si può condannare l’imputato per l’investimento del pedone se prima non si stabilisce a quale velocità dovesse procedere per potersi tempestivamente fermare o controllare la traiettoria del proprio veicolo in modo da evitare l’evento

L’investimento del pedone

La Corte d’appello di Napoli aveva confermato la condanna emessa dal Tribunale di Benevento nei confronti di un uomo accusato del delitto di omicidio colposo ai danni di un pedone, commesso con violazione delle norme sulla circolazione stradale.

L’addebito mosso al predetto era riferito ad un incidente occorso mentre percorreva una strada rettilinea all’interno di un centro abitato, quando all’improvviso sbucava un pedone dalla parte posteriore dell’auto e in punto lontano delle strisce pedonali.

Il conducente, accortosi dell’ostacolo, cercava di deviare la traiettoria della sua autovettura, in modo da evitare la vittima senza però riuscirvi. Quest’ultima veniva urtata violentemente dall’autovettura condotta dall’imputato e sbalzata sul parabrezza del vicolo; ricoverata in ospedale, decedeva successivamente a causa di politrauma con frattura del bacino e shock emorragico.

Secondo i giudici di merito (sia di primo grado che d’appello) l’evento doveva essere addebitato esclusivamente all’imputato, il quale aveva tenuto una velocità che, sebbene rientrava nel limite stabilito per quel tratto di strada, era comunque eccessiva in rapporto allo stato dei luoghi (strada in sensibile discesa, con pendenza del 7/8%; precipitazione in atto; autovetture parcheggiate anche in doppia fila) e alle condizioni del veicolo condotto dall’imputato (il cui sistema frenante era risultato usurato in modo anormale), tanto più che sul luogo dell’incidente non erano state ritrovate tracce di frenata.

Il giudizio di legittimità

La Corte di Cassazione (Quarta Sezione Penale, sentenza n. 10152/2020), investita del ricorso, ha osservato che “il rispetto del limite di velocità stabilito per un determinato tratto di strada non implica di per sé, che il conducente sfugga sempre e comunque al rimprovero di eccessiva velocità: insegna la pacifica giurisprudenza di legittimità che l’osservanza della regola cautelare imposta dalla legge non vale sempre ad esonerare dalla responsabilità per li reato colposo quando esistano concrete circostanze che la rendano inidonea, nel caso concreto, a garantire la tutela del bene cui la regola cautelare è preordinata (Sezione Quarta, n. 24823/2007): altro è infatti, la violazione della regola cautelare di cui all’art. 142 Codice della Strada (che indica le regole generali sui limiti di velocità nelle diverse tipologie di strade), altro è la violazione dei principi di cui all’art. 141 dello stesso codice, che individuano le linee di condotta cui il conducente deve attenersi nel regolare la velocità del suo veicolo avuto riguardo alle caratteristiche, allo stato e al carico del veicolo stesso, alle caratteristiche e alle condizioni della strada e del traffico e ad ogni altra circostanza di qualsiasi natura, imponendogli tra l’altro di conservare il controllo del proprio automezzo, di ridurre la velocità e, occorrendo, anche di fermarsi in presenza di ostacoli, ecc.

Il punto – hanno aggiunto gli Ermellini – “è che, mentre sembra da ritenersi pacifico (sia per il Tribunale che per la Corte di merito) che nell’occorso l’autovettura condotta dal ricorrente rispettò il limite di velocità dei 50 km/h, mancavano dati certi in ordine alla violazione dei principi di cui all’art. 141 Codice della Strada”.

La valutazione degli elementi probatori

Ed invero, né la Corte distrettuale, né il Tribunale erano stati in grado di fornire un’indicazione chiara e univoca della velocità di marcia dell’auto dell’imputato, essendo per vero assai ampio il range intercorrente fra i diversi contributi probatori sul punto: se, infatti, il perito nominato d’ufficio non aveva quantificato detta velocità, il consulente di parte l’aveva stimata in modo alquanto generico e comunque in misura inferiore ai 50 km/h, mentre il teste che al momento del sinistro precedeva con la sua auto quella dell’imputato a circa 10-15 metri di distanza, aveva riferito che le due vetture viaggiavano entrambe a una velocità non superiore ai 20 km/h.

Il mancato accertamento della velocità non aveva, tuttavia, impedito alla Corte di merito di pervenire alla conclusione che l’imputato procedesse necessariamente a una velocità eccessiva, in rapporto alle peculiarità della strada, alle condizioni morfologiche (temporale in atto), alla non imprevedibilità dell’attraversamento della strada da parte di pedoni e al fatto che egli non avesse curato la manutenzione dell’impianto frenante della sua auto, risultato deteriorato.

E però – ha osservato il Supremo Collegio – “ciò non consente di individuare il comportamento alternativo lecito cui si sarebbe dovuto attenere il ricorrente, poiché non basta affermare che egli “avrebbe dovuto tenere una condotta di guida diversa, ovvero diligente e prudente come richiesto dal codice della strada e dalle normali regole di prudenza”.

L’accertamento della responsabilità del conducente del veicolo investitore

Il mancato o comunque impreciso accertamento della velocità tenuto dall’auto dell’imputato non aveva consentito, ad esempio, di stabilire se egli avesse potuto o meno arrestare il suo veicolo in tempo utile per poter evitare l’impatto con la vittima, la quale come pacificamente riconosciuto dalla stessa corte di merito, aveva eseguito una manovra di attraversamento imprudente, repentina e al di fuori del punto di attraversamento consentito (le strisce pedonali), sbucando da dietro un veicolo fermatosi in mezzo alla corsia di marcia opposta a quella di pertinenza dell’imputati, in una strada peraltro, stretta e occupata in parte a altre auto in sosta.

Inoltre, era stata la stessa corte di merito a rilevare che il malfunzionamento dell’impianto frenante dell’auto dell’imputato “non aveva contribuito al superamento del limite di aderenza tra gomme e strada, causa dello slittamento”; tanto più che, come opportunamente eccepito dal ricorrente (mediante documentazione dal lui prodotta), l’auto da lui condotta era stata sottoposta a revisione da circa un mese e controllata, in quella sede, anche dell’impianto frenante; di tal ché era ragionevole che egli facesse affidamento sull’efficienza e il buon funzionamento della sua vettura.

Il principio di diritto e la decisione

Di recente la Suprema Corte ha affermato che “il conducente del veicolo va esente da responsabilità per l’investimento di un pedone quando la condotta della vittima configuri, per i suoi caratteri, una vera e propria causa eccezionale, atipica, non prevista n è prevedibile, da sola sufficiente a produrre l’evento, circostanza questa configurabile ove il conducente medesimo, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, si sia trovato nell’oggettiva impossibilità di notare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido, inatteso ed imprevedibile (Sezione Quarta, n. 33207/2013).

È chiaro, dunque, – hanno affermato gli Ermellini – che non può univocamente concludersi per la violazione della regola cautelare della velocità adeguata allo stato dei luoghi se prima non si stabilisce quale essa fosse e a quale velocità l’imputato dovesse procedere per potersi tempestivamente fermare, o controllare la traiettoria del proprio veicolo in modo da evitare di investire il pedone”.

Per queste ragioni la sentenza impugnata è stata annullata con rinvio ad altra sezione della corte d’appello di Napoli per un nuovo giudizio.

Avv. Sabrina Caporale

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