Ai fini della valutazione del danno da perdita del rapporto parentale non può esservi una differenza qualitativa tra fratelli germani da un lato e consanguinei o uterini dall’altro

In tema di pregiudizio derivante da perdita del rapporto parentale, il giudice è tenuto a verificare, in base alle evidenze probatorie acquisite, se sussista il profilo del danno non patrimoniale subito dal prossimo congiunto e, cioè, l’interiore sofferenza morale soggettiva e quella riflessa sul piano dinamico-relazionale, nonché ad apprezzare la gravità ed effettiva entità del danno in considerazione dei concreti rapporti col congiunto, anche ricorrendo ad elementi presuntivi quali la maggiore o minore prossimità del legame parentale, la qualità dei legami affettivi (anche se al di fuori di una configurazione formale), la sopravvivenza di altri congiunti, la convivenza o meno col danneggiato, l’età delle parti ed ogni altra circostanza del caso.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 24689/2020 pronunciandosi sul ricorso dei parenti di un uomo rimasto ucciso da un colpo di pistola esplosa accidentalmente da un carabiniere. Più specificamente – secondo quanto esposto dalla famiglia – la vittima si era recata, insieme ai due fratelli germani in luogo noto come zona di spaccio di sostanze stupefacenti. I tre erano stati sorpresi dalla guardia giurata di un vicino centro commerciale e da un carabiniere. Quest’ultimo, nell’avvicinarsi aveva estratto l’arma di ordinanza ma era caduto a terra, facendo esplodere accidentalmente un colpo di pistola che aveva provocato la tragedia.

I congiunti avevano quindi citato in giudizio il carabiniere, il Ministero della Difesa ed il Ministero dell’Interno, chiedendone la condanna, ex artt. 2050 e/o 2051 e/o 2043 cod.civ., al risarcimento dei danni non patrimoniali, patiti dalla vittima e trasmessi iure hereditario, nonché quelli patiti iure proprio per la perdita definitiva del rapporto parentale.

l Giudici del merito, accertata la responsabilità esclusiva dell’agente, ai sensi dell’art. 2043 cod.civ., nella causazione dell’incidente mortale, lo condannava, in solido con il Ministero della Difesa, tenuto ex art. 2049 cod.civ., al pagamento, a titolo di perdita del rapporto parentale, di euro 300.000,00 nei confronti della madre della vittima e di euro 110.000,00 nei confronti di ciascuno dei tre fratelli; negava invece il risarcimento del danno tanatologico richiesto dai congiunti.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte i ricorrenti deducevano che la Corte di appello avrebbe erroneamente liquidato il danno senza tener conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore circostanza. In particolare il giudice a quo non avrebbe tenuto conto della condizione di tossicodipendenza della vittima, né avrebbe preteso la prova da parte dei richiedenti del cambiamento dello stile di vita determinato dal fatto illecito, tantomeno avrebbe personalizzato i valori delle tabelle di Milano e – pur tenendo conto del fatto che uno dei fratelli non era fratello germano, ma unilaterale e non convivente con la vittima all’epoca dei fatti – aveva finito per liquidargli la stessa somma dei fratelli carnali a titolo di lesione del rapporto parentale.

Gli Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto il motivo di doglianza infondato.

La giurisprudenza di legittimità, infatti, dimostra la ferma convinzione che il danno derivante dalla sofferenza per la morte ex delicto del congiunto non è rigorosamente circoscritto ai familiari con lui conviventi al momento del decesso, che la cessazione della convivenza non è elemento indiziario a sorreggere da solo la congettura di un automatico allentamento della comunione spirituale tra congiunti (fratelli e sorelle), con conseguente riduzione della sofferenza dei superstiti a livelli immeritevoli di apprezzamento giuridico, che il rapporto di convivenza, pur costituendo elemento probatorio utile a dimostrarne l’ampiezza e la profondità, non assurge a connotato minimo di esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto, escludendoli automaticamente, in caso di insussistenza dello stesso.

Del resto, nel caso in esame, la Corte d’Appello non aveva sottovalutato il fatto che la vittima ed i fratelli non fossero conviventi, ma aveva tenuto conto di altri elementi e aveva altresì fornito una spiegazione del perché il fratello non carnale avesse diritto a vedersi riconosciuto il risarcimento del danno da lesione del rapporto parentale e nella stessa misura degli altri fratelli, evidenziano, in particolare, come quest’ultimo fosse minorenne ed avesse già subito precocemente la morte del padre. In altri termini, la sua giovane età e il fatto che la sua vita fosse stata già segnata dalla tragica e prematura morte del padre lo avevano posto, rispetto alla perdita risentita, nella stessa condizione degli altri fratelli, anche loro non conviventi con la vittima, ma accomunati dalle stesse circostanze in cui si erano svolti i fatti e per di più presenti al momento della sua morte e testimoni della sua pur breve agonia.

La Cassazione ha ritenuto che nessun rilievo potesse essere attributo, invece, alla circostanza che il rapporto di fratellanza fosse unilaterale. Il vincolo di sangue – hanno precisato dal Palazzaccio – non è un elemento imprescindibile ai fini del riconoscimento del danno da lesione del rapporto parentale, dovendo “esso essere riconosciuto in relazione a qualsiasi tipo di rapporto che abbia le caratteristiche di una stabile relazione affettiva, indipendentemente dalla circostanza che il rapporto sia intrattenuto con un parente di sangue o con un soggetto che non sia legato da un vincolo di consanguineità naturale, ma che ha con il danneggiato analoga relazione di affetto, di consuetudine di vita e di abitudini, e che infonda nel danneggiato quel sentimento di protezione e di sicurezza insito, riferendosi alla presente fattispecie, nel rapporto padre figlio” .

Il fatto che i fratelli abbiano in comune solo uno dei genitori non incide negativamente sull’intimità della relazione di parentela, sul reciproco legame affettivo, sulla pratica della solidarietà. Il legame di parentela resta, peraltro, diretto e immediato pur se l’origine comune si concreti in un solo genitore; insomma, non c’è, né può esservi una differenza qualitativa tra fratelli germani da un lato e consanguinei o uterini dall’altro.

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