Il comune era consapevole della situazione di pericolo della pista ciclabile, ciononostante era rimasto, inerte sino alla data del sinistro. Il Tribunale lo ha condannato a risarcire il danno per le gravissime lesioni subite dal ciclista

La vicenda

All’origine della controversia un sinistro stradale che aveva visto coinvolto un ciclista, che dopo aver toccato con la ruota anteriore il cordolo esistente a ridosso della linea limitatrice della carreggiata sulla pista ciclabile dallo stesso percorsa, cadeva a terra riportando gravissimi danni fisici.

Il Comune convenuto in giudizio negava ogni responsabilità, ritenendo comunque inapplicabile l’articolo 2051 c.c., sia in ragione dell’estensione della strada pubblica e della sua utilizzazione diffusa (ciò che avrebbe reso impossibile la custodia), sia in ragione del fatto che la res, nel caso di specie, avrebbe costituito mera occasione e non già causa dell’evento; e inoltre, anche se vi fossero state delle insidie, il ciclista le avrebbe dovute conoscere essendo frequentatore abituale di quei luoghi.

Il processo si è svolto dinanzi al Tribunale di Reggio Emilia che, all’esito dell’istruttoria, ha accolto la domanda risarcitoria presentata dall’attore (sentenza n. 1470/2019).

Prima di definire il giudizio con la sentenza in commento, il giudice emiliano aveva formulato una proposta conciliativa per risolvere la controversia tramite il pagamento da parte dell’ente convenuto, della somma di 200.000 euro in favore dell’istante; proposta che tuttavia, quest’ultimo rifiutava.

Il giudizio sull’applicabilità dell’art. 2051 c.c.

Punto di partenza nel giudizio svolto dal Tribunale è stata l’affermazione del principio di diritto secondo cui la natura demaniale del bene, la sua estensione e l’uso diretto da parte dei cittadini, non sono circostanze di per sé idonee a escludere l’applicabilità dell’articolo 2051 c.c., trattandosi di mere circostanze apprezzabili in concreto, dal giudice di merito.

Nel caso di specie non vi erano dubbi circa la possibilità di custodia, intesa come potere di fatto sulla cosa, da parte della Pubblica amministrazione, trattandosi di strada urbana all’interno del centro abitato e nella centralissima piazza di un piccolo paese pre-collinare.

Il giudice di primo grado ha ritenuto pertanto applicabile l’articolo 2051 c.c., che come noto disciplina una ipotesi di responsabilità oggettiva, per la cui configurazione è sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno arrecato. Tale responsabilità è viceversa esclusa solo qualora sussista il caso fortuito, fattore che attiene non già al comportamento del responsabile, bensì al profilo causale dell’evento, riconducibile non alla cosa ma ad un elemento esterno, recante i caratteri dell’oggettività e imprevedibilità.

La pericolosità dello stato dei luoghi

Indubbia è stata ritenuta anche la dimostrazione del nesso casuale tra la cosa e il danno. Tale prova emergeva dal fatto che il sinistro si fosse verificato a causa della presenza sulla carreggiata di un “cordolo di circa tre centimetri che delimita(va) il marciapiede”. La stessa Polizia municipale aveva evidenziato che i rialzi che avevano cagionato la caduta dell’attore fossero “pericolosi in quanto troppo bassi e dello stesso materiale e colore della pavimentazione stradale”.

La manifesta pericolosità dello stato dei luoghi era stata confermata anche dal perito incaricato nel corso del giudizio, che aveva segnalato una serie di anomalie:

  • La mancanza di segnaletica “strettoia” nel tratto che precedeva l’imbocco nella piazza in cui si era verificato il sinistro.
  • La mancanza di segnaletica dell’ostacolo costituito dall’inizio del gradino in improvvida posizione mediana della pista ciclabile.
  • L’orientamento del gradino con angolazione negativa rispetto all’asse viario, tale da precluderne la percettibilità nella direzione di arrivo del ciclista.
  • Il disallineamento tra l’asse della pista presente sulla tratta asfaltata e quella della tratta lastricata, in modo da rendere l’angolo del gradino improvvidamente esposto alla traiettoria ottimale tenuta dai ciclisti in avvicinamento.

A ulteriore conferma della descritta situazione vi era il fatto che già prima del sinistro, il comune aveva disposto l’affidamento di lavori per la messa in sicurezza della pavimentazione stradale sul presupposto che essa fosse in “cattivo stato di manutenzione” e costituisse “pericolo per gli utenti della strada”. Ed infatti, solo una settimana dopo il sinistro, l’amministrazione comunale dava impulso ai lavori evidenziando bene la separazione tra pista ciclabile e piano di calpestio pedonale, operando una distinzione cromatica tra carreggiata veicolare e pista ciclabile ed eliminando il cordolo.

Nessuna prova aveva, invece, fornito il comune per dimostrare l’esistenza del caso fortuito.

Ma il comportamento della vittima non è stato ritenuto del tutto esente da “colpa”. Il ciclista era abituale frequentatore dei luoghi e pertanto era da lui esigibile un comportamento di particolare prudenza proprio in ragione del fatto che già conoscesse la pericolosità dei luoghi.

Per tutte queste ragioni, il Tribunale di Reggio Emilia (sentenza n. 1470/2019), ritenuto il concorso di colpa del danneggiato quantificato nella misura del 20%, ha condannato il comune a risarcirgli la somma complessiva di 207.327,20 euro a titolo di ristoro per il danno biologico, morale ed esistenziale, liquidato secondo le tabelle milanesi anche in considerazione dell’età della vittima all’epoca del sinistro (46 anni) e delle rilevanti lesioni permanenti subite.

Avv. Sabrina Caporale

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