Accolto il ricorso di un militare che chiedeva il riconoscimento dei benefici per i danni alla salute causati dalla prolungata esposizione all’amianto durante il servizio

Con l’ordinanza n. 31267/2021 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso di un militare addetto al servizio di condotta nave che si era visto respingere in sede di merito la domanda volta a sentir condannare il Ministero della Difesa al riconoscimento dei benefici previsti per le vittime del dovere (art. 1, co. 563 e co. 564, della I. n 266 del 2005) per i danni alla salute (asbestosi e fibrosi polmonare), causati dalla prolungata esposizione all’amianto durante il servizio.

La Corte territoriale, in particolare, aveva affermato che col termine “missione”, l’art. 1., co. 564 non intende riferirsi all’attività istituzionale quale causa generatrice del danno, e che, le particolari condizioni ambientali e operative rilevano in quanto riferite a circostanze e ad eventi straordinari e non alla prestazione ordinariamente svolta, seppure per un tempo prolungato.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, il ricorrente deduceva “Violazione e falsa applicazione dell’art. 1 comma 564 1.266/05; art. 1 commi B e C d.P.R. 243/06” contestando l’interpretazione restrittiva della locuzione “missione di qualsiasi natura”, il cui significato la Corte d’Appello aveva identificato con lo svolgimento di un compito ben determinato; affermava che la nozione di missione dovrebbe ritenersi riferita a tutti i casi di esposizione prolungata a fattori nocivi cui il personale sia stato inconsapevolmente esposto, anche durante missioni di pace in scenari operativi esteri; quanto al requisito delle “particolari condizioni ambientali e operative” ne sosteneva la ricorrenza “qualora l’incarico si sia svolto per un tempo prolungato”.

I Giudici Ermellini hanno ritenuto la doglianza meritevole di accoglimento.

In base alla giurisprudenza di legittimità, infatti, la tutela assicurata ai soggetti equiparati alle vittime del dovere dalla L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 364, va estesa ai lavoratori affetti da malattie professionali. Con precedenti pronunce la Cassazione aveva chiarito alcuni principi di diritto, il primo dei quali riguarda il significato da attribuire alla locuzione “missione di qualunque natura” contenuta nella legge n. 266 del 2005, art. 1, comma 364, sì come riferita allo svolgimento di compiti (variamente denominati quali “funzione”, “incarico”, “incombenza”, “mandato”, “mansione”) dovuti dal soggetto nell’ambito delle attività istituzionali espletate (Sez. Un. n. 759 del 2017); l’orientamento della Suprema Corte, che esprime una scelta di ordine assistenziale solidaristico, si rivolge anche alla verifica dell’esistenza del requisito delle “particolari condizioni ambientali od operative” necessario ai fini del riconoscimento del diritto, richiedendo che la stessa venga svolta alla luce del rispetto di tutte le regole dettate dall’ordinamento per la tutela della salute dei lavoratori; la medesima opzione interpretativa rileva anche ai fini del giudizio sull’ordinarietà o meno del rischio corso dagli interessati nello svolgimento delle loro attività istituzionali, e, segnatamente, in relazione all’esposizione all’azione di sostanze nocive come le fibre di amianto, valutata anche in prospettiva diacronica, con riferimento cioè alle maggiori conoscenze disponibili ed ai più elevati standard protettivi oggi assicurati agli appartenenti alla stessa categoria di lavoratori.

La redazione giuridica

Sei vittima di un incidente sul lavoro o ritieni di aver contratto una malattia professionale? Affidati ai nostri esperti per una consulenza gratuita. Clicca qui

Leggi anche:

Lesione delle giunzione miotendinea prossimale causata da infortunio

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui