Psicofarmaci e bambini, in Italia usati poco ma male

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Secondo una ricerca del Dipartimento di Salute Pubblica dell’Istituto Mario Negri di Milano l’uso è inferiore agli altri Paesi europei, ma c’è un’ampia diversità di prescrizione quantitativa e qualitativa tra Regioni e tra aziende sanitarie

Sono almeno 25mila, ovvero circa 2 su mille, i bambini e adolescenti che in Italia ricevono la prescrizione di uno psicofarmaco; un rapporto decisamente inferiore alla media degli altri Paesi Europei nei quali l’impiego raggiunge picchi 10 volte maggiori.

Nel nostro Paese negli ultimi anni l’uso è leggermente aumentato, ma in modo modesto e solo per gli antipsicotici e i farmaci per l’ADHD, nonostante le diagnosi dei disturbi psichiatrici dell’età evolutiva siano aumentate. Tuttavia, da una recente ricerca multi-regionale condotta dal Dipartimento di Salute Pubblica dell’IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano (Eur Child Adolesc Psychiatry 2016; 25: 235-245), emerge un’ampia diversità di prescrizione degli psicofarmaci in età evolutiva tra le diverse Regioni italiane e le diverse aziende sanitarie, sia in termini quantitativi, ad esempio il doppio delle prescrizioni in Abruzzo rispetto a quelle in Emilia Romagna, che qualitativi, ovvero non appropriati per tipo di farmaco, dosaggio, età.

Da un lato quindi la ricerca conferma la propensione italiana a non prescrivere psicofarmaci ai bambini e agli adolescenti, ricorrendo preferenzialmente ai soli interventi psicologici, dall’altra tale attitudine culturale ha come conseguenza il rischio di negare terapie farmacologiche efficaci ed appropriate quando necessarie, o all’estremo opposto di prescrivere psicofarmaci in modo non razionale.

“In tale contesto – afferma Maurizio Bonati, Capo Dipartimento di Salute Pubblica dell’Istituto Mario Negri – la mancanza di progettazione finalizzata ad acquisire conoscenze nella pratica quotidiana, anche attraverso ricerche indipendenti volte al miglioramento delle cure, penalizza ulteriormente aree neglette quali la neuropsichiatria dell’età evolutiva dove i bisogni dei pazienti (e delle famiglie) rimangono troppo spesso inevasi, le risorse per l’organizzazione dei servizi sono insufficienti e l’aggiornamento attivo del personale, quando realizzato, una eccezione”.

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