Responsabilità per custodia: “Nel giudizio che ha per oggetto una domanda di risarcimento dei danni cagionati dalla caduta da un ciclomotore che ha impattato su una buca presente sul manto stradale, in mancanza di ulteriori e decisive prove, non può di norma negarsi rilevanza alla prova testimoniale intesa a ricostruire la dinamica dell’evento”.

Responsabilità per custodia: dall’illustre penna del Cons. Rossetti il diktat sui limiti della prova testimoniale in ipotesi di responsabilità per custodia (Cass. Civ., sez. VI – 3, ord., 18 novembre 2021, n. 35146).

La vicenda tratta della responsabilità per custodia e trae origine dalla richiesta danni per la caduta cagionata dalla presenza di buche sul manto stradale.  Il danneggiato citava in giudizio il Comune deducendo di aver riportato lesioni personali a seguito di una caduta dal proprio motociclo, e che la caduta era stata determinata da numerose buche non visibili presenti sul manto stradale.

Il Tribunale rigettava la richiesta attorea ritenendo non comprovata la sussistenza del nesso eziologico tra le asserite condizioni della strada e l’incidente e successivamente, la Corte d’Appello rigettava il gravame.

La danneggiata impugna in Cassazione lamentando, per quanto qui di interesse, violazione dell’articolo 115 c.p.c., deducendo che il Giudice territoriale avesse erroneamente reputato generiche e valutative le prove testimoniali, come anche preordinate a comprovare il nesso causale tra la responsabilità per custodia, e segnatamente le condizioni della strada e il danno subito.

La doglianza è fondata.

La censura che il Giudice di merito avesse dapprima rigettato le prove ammissibili e rilevanti e in seguito ritenuto la domanda non provata, rappresenta denuncia di un vizio di nullità della pronuncia per illogicità manifesta.

Il giudizio col quale il Giudice di merito accolga o rigetti una domanda istruttoria risulta, di norma, insindacabile in sede di legittimità, esprimendo un’opzione discrezionale riservata al giudice di merito.

Tale regola, tuttavia, è derogabile.

Ove la parte ricorrente assuma che il Giudice di merito, decidendo sulla prova, abbia trasgredito a una regola processuale, il vizio consiste nella devianza da una regola processuale, vizio che è in ogni caso esaminabile dalla Cassazione.

Ove il ricorrente assuma che la valutazione risulti viziata sul piano della logica: tale vizio sussiste quando la decisione sulla prova si è relazionata con ulteriori statuizioni contenute nella sentenza, e risulti contraddittoria o totalmente arbitraria.

La decisione impugnata dalla ricorrente, nella parte in cui ha rigettato alcune delle richieste istruttorie formulate, è incorsa in ambedue i vizi indicati e cioè quello di falsa applicazione della legge e quello logico.

Nello specifico:  la ricorrente aveva richiesto di provare per testimoni, tra le altre, alcune circostanze, e cioè se fosse vero che allo scattare del verde semaforico l’esponente riavviava la marcia, ma dopo pochi metri la ruota anteriore del motorino veniva intercettata da una buca non visibile sul manto stradale che cagionava lo sbandamento del mezzo e la successiva caduta a terra del motorino in prossimità della buca e della conducente.

Il Tribunale aveva reputato inammissibile tale mezzo di prova e, in seguito, la Corte d’appello, interpellata per decidere se detta valutazione fosse stata corretta, replicava in modo affermativo.

Gli Ermellini chiariscono che l’opinione secondo la quale il capitolo di prova testimoniale debba essere formulato in modo positivo risulta inaccettabile, oltre che erronea in diritto, e risulta anche manifestamente insostenibile sul piano della logica.

Chiedere a taluno di negare che un fatto sia vero equivale, sul piano della logica, a chiedergli di affermare che il medesimo fatto non sia vero.

In altre parole, l’affermazione compiuta dalla Corte d’Appello finirebbe per far dipendere l’ammissibilità della prova testimoniale non dal fatto che si intende probabile, bensì dalla tipologia di risposta attesa dal testimone, al quale sarebbe inibito chiedere di affermare se un determinato fatto non esiste, mentre sarebbe consentito chiedere di negare che lo stesso fatto esista.

Il principio applicato dalla Corte territoriale collide col canone logico della reciprocità, secondo il quale affermare che “A” non esiste risulta affermazione equivalente a negare che “A” esista.

Erronea, inoltre, risulta sul piano del diritto l’affermazione secondo la quale chiedere a un testimone se abbia visto un ciclomotore finire in buca e poi cadere, sarebbe circostanze rilevante per il decidere. Incombeva sull’attrice l’onere di provare il nesso causale tra la cosa che si assume causativa del danno e il danno medesimo: in un giudizio sulla responsabilità per custodia il primo fatto da accertare è la dinamica del sinistro, sicché la circostanza che la donna chiese di provare presentava un’evidente attitudine dimostrativa al fine del decidere.

La pronuncia impugnata viene cassata con rinvio alla Corte d’Appello in diversa composizione.

Avv. Emanuela Foligno

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