In materia di sicurezza stradale, con riguardo al comportamento da tenere nei confronti dei pedoni, le principali regole per i conducenti di veicoli sono contenute nell’art. 190 CdS

La vicenda

La Corte d’appello di Roma, in riforma della sentenza di primo grado, aveva assolto dal reato di omicidio stradale di cui all’art. 113 C.d.S. e art. 589 c.p., commi 1 e 2, il conducente imputato.
Invero, il giudice di primo grado aveva affermato la responsabilità di quest’ultimo, non tanto per il mantenimento di una velocità elevata alla guida del proprio veicolo (di poco superiore al limite consentito di 70 km./h.), bensì per il suo comportamento disattento, costituito dall’investimento del pedone che stava camminando sulla destra, in corrispondenza della striscia bianca continua della banchina.
Il G.U.P. aveva condiviso la valutazione del consulente tecnico del pubblico ministero, secondo il quale l’ora notturna e il colore scuro degli abiti indossati dal pedone investito avrebbero potuto giustificare un tardivo avvistamento e un tempo di reazione particolarmente dilatato, ma non un mancato avvistamento, che poteva trovare plausibile giustificazione solo con la disattenzione del conducente alla guida. D’altronde, lo stesso imputato aveva ammesso di essersi accorto solo tardivamente della presenza del pedone.

Grave negligenza alla guida

Dalla ricostruzione dei fatti operata in primo grado era emersa una grave negligenza in capo all’imputato nell’ispezionare la sede stradale di prossima percorrenza prima del fatale impatto.
La vittima poco prima dell’impatto stava camminando già in prossimità della corsia percorsa dall’automobilista, il quale, se non fosse stato distratto, avrebbe potuto avvistarlo coi fari anabbaglianti che gli garantivano una visibilità di 70 metri ed avrebbe avuto la possibilità di rallentare e poi di frenare o, quantomeno, di eseguire idonee manovre di emergenza.
Diverso, è stato il giudizio della Corte d’appello, secondo la quale il tragico evento non era per nulla addebitabile all’imputato, posto che la vittima percorreva a piedi, con abiti scuri, nel medesimo senso di marcia del veicolo, una strada extraurbana, priva di illuminazione, nella quale, ai sensi dell’art. 175 C.d.S. era vietata la circolazione dei pedoni al di fuori delle banchine (art. 190 C.d.S.).
Egli verosimilmente occupava parte della carreggiata, oltre la striscia continua per circa 30-40 cm., per cui, se si fosse trovato all’interno della banchina, il sinistro non si sarebbe verificato.
Mancava, dunque, il nesso di causalità tra la condotta negligente dell’imputato e l’evento mortale del pedone, in quanto quest’ultimo non doveva trovarsi in quel tratto di strada interdetto al traffico pedonale e, se l’avesse percorso all’interno della banchina, non sarebbe stato colpito.
Il comportamento della vittima costituiva una causa eccezionale, atipica, non prevista e non prevedibile, idonea ad escludere il nesso di causalità.
Con l’unico motivo di ricorso, il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello, rivolgendosi ai giudici della Suprema Corte di Cassazione, censurava la sentenza impugnata per aver erroneamente affermato l’insussistenza del nesso causale, nonostante la consulenza del pubblico ministero avesse adeguatamente dimostrato la condotta imprudente del conducente del veicolo, che aveva tardivamente avvistato la presenza del pedone.

I doveri di comportamento del conducente alla guida

Le principali norme che presiedono il comportamento dei conducenti di veicoli, oltre a quelle generiche di prudenza, cautela ed attenzione, sono contenute nell’art. 140 C.d.S., che pone, quale principio generale informatore della circolazione, l’obbligo di comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale, e negli articoli seguenti, laddove si sviluppano, puntualizzano e circoscrivono le specifiche regole di condotte.
Tra queste ultime, di rilievo, con riguardo al comportamento da tenere nei confronti dei pedoni, sono quelle dettagliate nell’art. 191 C.d.S., che trovano il loro pendant nel precedente art. 190 C.d.S., che, a sua volta, dettaglia le regole comportamentali cautelari e prudenziali che deve rispettare il pedone.
In questa prospettiva, la regola prudenziale e cautelare fondamentale, che deve presiedere al comportamento del conducente, è sintetizzata nell’”obbligo di attenzione” che questi deve tenere al fine di “avvistare” il pedone sì da potere porre in essere efficacemente gli opportuni (rectius, i necessari) accorgimenti atti a prevenire il rischio di un investimento.

Il dovere di attenzione

Il dovere di attenzione del conducente teso all’avvistamento del pedone trova il suo parametro di riferimento (oltre che nelle regole di comune e generale prudenza) nel richiamato principio generale di cautela che informa la circolazione stradale e si sostanzia, essenzialmente, in tre obblighi comportamentali :

  • l’obbligo di ispezionare la strada costantemente, dove si procede o che si sta per impegnare;
  • l’obbligo di mantenere sempre il controllo del veicolo;
  • l’obbligo di prevedere tutte le situazioni di pericolo che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada.

La colpa esclusiva del pedone

Affinché in caso di investimento sia affermata la colpa esclusiva del pedone, deve realizzarsi una duplice condizione:

  • che il conducente del veicolo investitore si sia venuto a trovare, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza e prudenza, nell’oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti, attuati invece in modo rapido e inatteso;
  • che, nel comportamento del conducente, non sia riscontrabile alcuna infrazione alle norme della circolazione stradale ed a quelle di comune prudenza.

La colpa nell’omicidio stradale

Inoltre, in tema di omicidio colposo, per escludere la responsabilità del conducente per l’investimento del pedone è necessario che la condotta di quest’ultimo si ponga come causa eccezionale ed atipica, imprevista e imprevedibile dell’evento, che sia stata da sola sufficiente a produrlo.
Ebbene, per i giudici della Cassazione la Corte di appello non aveva svolto una disamina accurata, diretta a confutare l’apparato argomentativo della sentenza emessa dal giudice di primo grado; perciò meritava di essere cassata con rinvio, poiché contraria all’obbligo di motivazione puntuale e adeguata, che fornisca una razionale giustificazione della difforme conclusione.
«La sentenza di appello di riforma totale del giudizio assolutorio di primo grado, infatti, deve essere supportata da una motivazione “rafforzata”, nel senso che deve confutare specificamente, pena altrimenti il vizio di motivazione, le ragioni poste dal primo giudice a sostegno della decisione assolutoria, dimostrando puntualmente l’insostenibilità sul piano logico e giuridico degli argomenti più rilevanti della sentenza di primo grado, e deve quindi corredarsi di una motivazione che, sovrapponendosi pienamente a quella della decisione riformata, dia ragione delle scelte operate e della maggiore considerazione accordata a elementi di prova diversi o diversamente valutati».

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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