Secondo uno studio britannico, pubblicato su Jama, la terapia con ossigeno dopo un ictus non sarebbe efficace contro disabilità e mortalità
La terapia con ossigeno dopo un ictus non sarebbe così utile come finora si è creduto.
A dirlo è lo Stroke Oxygen Study, guidato da Christine Roffe della Keele University, Guy Hilton Research Center, nello Staffordshire, in Gran Bretagna.
Per gli studiosi, infatti, non ci sarebbero benefici neanche sui pazienti ad alto rischio di carenza di ossigeno.
Questo dato si è evidenziato sia quando l’ossigeno viene somministrato in continuo, sia quando viene dato solo di notte.
La ricerca è stata pubblicata su JAMA.
Secondo lo studio, la terapia con ossigeno dopo un ictus, in particolare nei 3 giorni successivi, non comporterebbe dei miglioramenti per quanto riguarda i tassi di disabilità e mortalità.
Rispetto al trattamento standard, infatti, non sarebbe stati rilevati grandi cambiamenti.
La ricerca ha coinvolto 8.003 pazienti provenienti da 136 centri inglesi.
I ricercatori hanno analizzato se la terapia con ossigeno dopo un ictus somministrata solo di notte, quando la carenza di ossigento era più probabile, fosse più efficace rispetto a una erogazione continua.
Ebbene, sembra che la saturazione media dell’ossigeno alla randomizzazione dei trattamenti fosse del 96,6%.
Inoltre, la terapia avrebbe aumentato la più alta e la più bassa saturazione, entrambe misurate nelle 72 ore dall’intervento, ma di meno di un punto percentuale.
La terapia con ossigeno dopo un ictus, quindi, non migliorerebbe i risultati a livello funzionale a 90 giorni. E questo, indipendentemente dal fatto che l’ossigeno sia stato dato solo di notte o in continuo.
Nessun vantaggio neanche a livello neurologico dopo una settimana, o sulla capacità di eseguire attività quotidiane e la qualità di vita in generale a 90 giorni.
Nessun evento avverso, comunque, sarebbe stato correlabile alla terapia con ossigeno dopo un ictus.
“Ci aspettavamo di trovare sottogruppi di pazienti che potevano beneficiare di più di questa terapia – afferma Roffe – inclusi pazienti ad alto rischio di ipossia e coloro che hanno problemi cardiaci e a livello toracico persistenti”.
La sorpresa è stata notevole quando non è stata rilevata “una chiara tendenza verso i benefici in questi sottogruppi”.
Uno dei punti in discussione, però, è l’utilizzo di alte dosi di ossigeno ai pazienti con ictus iperacuti.
Secondo Jean-Claude Baron, dell’Hospital Sainte-Anne a Parigi, “sarebbe meglio valutare la desaturazione con un adeguato monitoraggio”.
Un’altra informazione utile ricavabile dallo studio è il fatto che “la somministrazione prolungata di ossigeno non ha effetti avversi, un dato importante per le sperimentazioni future”.
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