Trasfusione forzata a una testimone di Geova: medico condannato

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L’Ordine dei medici di Palermo: “Fermo restando il diritto di non curarsi costituzionalmente garantito, resta il fatto che sui professionisti incombono i principi di scienza e coscienza”. 

Sono state depositate le motivazioni della sentenza che ha condotto, il 6 aprile scorso, alla condanna di un primario di Termini Imerese che aveva effettuato una trasfusione forzata a una testimone di Geova.

Nelle motivazioni della sentenza del giudice Sabina Raimondo del tribunale di Termini Imerese si legge quanto segue.

“Nel caso di rifiuto manifestato dal paziente a trattamenti terapeutici, non è comunque invocabile dal medico la scriminante dello stato di necessità”.

È stato così riconosciuta la responsabilità penale del sanitario. Il medico aveva praticato un trattamento sanitario contro l’espressa volontà di una paziente.

La vicenda ha comprensibilmente creato molto scalpore. E questo anche perché si tratta della prima condanna penale emessa in Italia nei riguardi di medico che, di fatto, ha salvato una vita.

Il medico è un primario dell’ospedale di Termini Imerese. L’uomo è stato condannato a un mese per il reato di “violenza privata”. La paziente è una giovane testimone di Geova.

La donna, che all’epoca dei fatti aveva 24 anni ed era in gravidanza, ricevette una trasfusione forzata di sangue.

Il medico, come spiega il giudice, “aveva cercato di aggirare il rifiuto della paziente chiedendo l’autorizzazione al pubblico ministero con la motivazione che la trasfusione coatta era necessaria per salvare la paziente e il feto (che invece era già stato dichiarato morto)”.

“La paziente in questione, invece, non era mai stata in pericolo di vita ed era sempre rimasta cosciente, lucida e nel pieno delle sue capacità”.

Dunque, per praticare la trasfusione “era stato necessario che due infermieri immobilizzassero la giovane donna, che in lacrime continuava a opporsi a quel trattamento”. A dirlo è una nota dei testimoni di Geova.

Un caso controverso quello che ha visto protagonista il primario e la giovane testimone di Geova. E sul quale è intervenuto anche l’Ordine dei medici di Palermo.

“Fermo restando il diritto di non curarsi costituzionalmente garantito e che, nel conflitto tra coscienza e salute di un paziente che rifiuta una trasfusione di sangue il medico deve rispettare la scelta dell’ammalato, – dichiara il presidente Toti Amato – resta il fatto che sui professionisti incombono i principi di scienza e coscienza, ovvero fare tutto il possibile per salvare un ammalato quando la sua vita è in pericolo”.

“Nessuno vuole negare l’importanza morale e culturale, prima ancora che giuridica – spiega il presidente dell’Omceo -, della questione testimone di Geova e trasfusioni perché ciascuno è custode della propria salute, fisica e spirituale”.

Tuttavia, specifica Amato, “in mancanza di alternative terapeutiche e tenendo conto di un quadro clinico grave, il rifiuto di sangue diventa un fatto drammatico per un medico”. E questo, ricorda Amato, “perché entra in gioco la sua integrità etica”.

“Non conosciamo ancora gli atti processuali della vicenda – conclude Amato -. L’Ordine si riserva di acquisire i documenti a garanzia della paziente e del primario”.

 

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