Sono state rese note le motivazioni della sentenza con la quale la Corte di Appello di Torino, lo scorso 3 dicembre 2019, ha confermato la condanna dell’Inail a corrispondere ad un lavoratore una rendita vitalizia per l’accertata connessione tra l’uso “abnorme” del telefono cellulare e una forma di tumore al cervello

La vicenda

Con ricorso al Tribunale di Ivrea l’attore aveva citato in giudizio l’Inail deducendo la natura professionale del tumore al cervello (neurinoma dell’acustico destro) di cui era affetto, in quanto detta patologia era stata contratta per l’uso abnorme di telefoni cellulari nel periodo 1995-2010 in cui aveva lavorato alle dipendenze di una società, chiedendo quindi la condanna dell’Istituto a pagargli la prestazione dovuta per legge, commisurata alla percentuale di invalidità, indicata in misura pari ad almeno il 37%.

L’Inail aveva contestato la domanda attorea e ne aveva chiesto il rigetto.

Istruita la causa mediante escussione di alcuni testimoni e con due CTU medico-legali, il tribunale, in accoglimento del ricorso, condannava l’Inail a corrispondere al ricorrente la prestazione spettante con riferimento alla percentuale di invalidità del 23%.

Proposto appello da parte dell’Istituto nazionale la vicenda è giunta dinnanzi alla Corte d’Appello di Torino.

Nel corso del giudizio era emerso che il ricorrente, quale referente/coordinatore di altri quindici dipendenti, negli anni compresi tra il 1995 e il 2010, avesse utilizzato in maniera abnorme il telefono cellulare; nella specie era stato accertato che egli avesse utilizzato il telefono – nell’ipotesi più prudente – per almeno due ore e mezza al giorno (2 telefonate per 5 minuti per 15 colleghi) e nell’ipotesi maggiore per più di sette ore (3 telefonate per 10 minuti per 15 colleghi); a ciò si aggiungeva il tempo trascorso al telefono per riferire ai propri superiori e per coordinarsi con il direttore dei lavori, anche durante il fine settimana.

Inoltre – come osservato il giudice di primo grado – all’epoca non esistevano strumenti per attenuare l’esposizione alle radiofrequenze che, peraltro, era aggravata dal tipo di tecnologia utilizzata per i primi telefoni cellulari (tecnologica ETACS) e dal fatto che spesso l’utilizzo, nel caso di specie, avveniva all’interno dell’abitacolo di un’autovettura.

In merito alle conseguenze nocive dell’uso dei telefoni cellulari la letteratura scientifica è divisa.

Da una parte l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) facente parte dell’OMS il 31.5.2011 ha reso nota una valutazione dell’esposizione a campi elettromagnetici ad alta frequenza definendoli come “cancerogeni possibili per l’uomo”; dall’altra lo studio Interphone individua un rischio del 40% superiore per i glioma (famiglia di tumori cui appartiene anche quello che ha colpito il ricorrente) negli individui che abbiano usato il cellulare molto a lungo e per molto tempo; gli unici studiosi che con fermezza escludono qualsiasi nesso causale tra utilizzo di cellulari e tumori encefalici sono due autori che – tuttavia, “si trovano in conflitto di interessi essendo il primo, consulente di gestori di telefonia cellulare e il secondo di industrie elettriche”. Ebbene, “ai risultati cui sono pervenuti gli studi finanziati dalle aziende produttrici di telefoni cellulari – si legge nella sentenza impugnata – non può essere attribuita particolare attendibilità in considerazione della posizione di conflitto di interessi degli autori, come sostenuto dalla Suprema Corte in un caso relativo ad un altro tumore encefalico (neurinoma del ganglio di Gasser)”.

Invero, considerate le peculiarità del caso concreto (associazione tra tumore al cervello ed esposizione per durata ed intensità; periodo di latenza congruo con i valori relativi ai tumori non epiteliali; il fatto che la patologia fosse insorta nella parte destra del capo del ricorrente, soggetto destrimane; mancanza di altra plausibile spiegazione della malattia) il Tribunale di Ivrea aveva ritenuto provato il nesso causale o quantomeno concausale, tra tecnopatia ed esposizione, sulla base della regola del “più probabile che non”.

Ebbene la Corte d’Appello di Torino (Sezione Lavoro, n. 904/2020) ha confermato la decisione di primo grado ritenendo del tutto affidabile l’ampia letteratura scientifica (del tutto indipendente) citata e applicata dai consulenti d’ufficio, così come le conclusioni cui essi erano pervenuti.

Del resto, proprio in una controversia nei confronti dell’INAIL relativa a malattia professionale (tumore intracranico) per esposizione a radiofrequenze da telefono cellulare, la Suprema Corte aveva affermato che “l’ulteriore rilievo circa la maggiore attendibilità proprio di tali studi stante la loro posizione di indipendenza, ossia per non essere stati cofinanziati, a differenza di altri, anche dalle stesse ditte produttrici di cellulari, costituisce ulteriore e non illogico fondamento delle conclusioni accolte” (Cass. n. 17438/20212).

Peraltro – ha aggiunto al corte territoriale – “trattandosi di malattia non tabellata e ad eziologia multifattoriale, la prova della causa di lavoro, indubbiamente gravante sul lavoratore, per costante giurisprudenza di legittimità, deve essere valutata in termini di ragionevole certezza, e quindi, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell’origine professionale, essa può essere ravvisata in presenza di un rilevante grado di probabilità” (Cass. n. 8773/2018); grado che era emerso dalla CTU disposta in giudizio.

Confermata la percentuale di invalidità

È stata anche confermata la percentuale di invalidità nella misura del 23% già riconosciuta nella CTU disposta dal Tribunale e ribadita dalla consulenza tecnica espletata in appello e accettata dal ricorrente.

In definitiva, l’appello è stato respinto con conseguente condanna della parte soccombente al pagamento delle spese di giudizio.

La redazione giuridica

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