La rilevabilità officiosa delle nullità negoziali deve estendersi anche a quelle cosiddette di protezione. Lo ha affermato la Corte di Cassazione con riguardo al tema della vessatorietà delle clausole inserite in un contratto di finanziamento

Nel caso in esame la vessatorietà della clausola non era stata sollevata in primo grado dai contraenti mutuatari, ma, in ogni caso, essa avrebbe potuto essere rilevata d’ufficio dalla Corte d’appello.

Gli attori avevano agito in giudizio al fine di ottenere la nullità per indeterminatezza dell’oggetto, o, in subordine, l’annullamento per dolo del contratto di acquisto di un diritto di godimento a tempo parziale di servizi alberghieri in una località di vacanza e la nullità/annullamento o la risoluzione di diritto, ex art.8 d.lgs. 427/1998, del collegato contratto di finanziamento concluso con la società finanziaria convenuta in giudizio.

In parziale riforma della pronuncia di primo grado, la Corte d’appello aveva condannato gli attori al pagamento di oltre 10.000,00 euro in favore della società finanziaria, deducendo che il contratto stipulato, pur qualificabile come mutuo di scopo, non poteva né essere risolto di diritto, ex art.8 della legge invocata, né essere dichiarato nullo o annullato a fronte della specifica sottoscrizione da parte dei mutuatari della clausola 3 delle condizioni generali del contratto di finanziamento, implicante la rinuncia degli stessi ad opporre eccezioni relative a vizi del bene oggetto del distinto contratto di vendita.

Il giudizio di legittimità

La Prima Sezione Civile della Cassazione (19748/2019) ha rilevato che evidentemente la finalità della clausola 3 era quella di escludere l’operatività, nella fattispecie in esame, della disciplina dei crediti al consumo (artt. 121-126 T.U. 385/1993) e, in particolare, dell’art.125, punto 4, vigente ratione temporis, che consentiva al consumatore, nei casi di inadempimento del fornitore di beni e servizi, ove fosse stata effettuata inutilmente la costituzione in mora, di agire direttamente contro il finanziatore nei limiti del credito concesso, a condizione che vi fosse un accordo che attribuiva al finanziatore l’esclusiva per la concessione del credito ai clienti del fornitore (detto comma 4 è stato abrogato con l’entrata in vigore del d.lgs. 206/2005, Codice del Consumo, e trasposto nell’art. 42 del Codice).

Ora, detta clausola, avendo finalità di escludere o limitare le azioni o i diritti del consumatore nei confronti del professionista o di altra parte in caso di inadempienza, si presume vessatoria, con conseguente nullità, in applicazione degli artt. 1469 bis c.c. e ss. (disposizioni, a tutela del consumatore, introdotte nel 1996, operanti nella fattispecie, essendo la vicenda in oggetto anteriore all’entrata in vigore del codice del Consumo, di cui al d.lgs. 206/2005).

La rilevabilità d’ufficio delle clausole vessatorie

Ebbene, i ricorrenti avevano denunciato non solo la violazione delle norme in tema di vessatorietà delle clausole inserite nel contratto di finanziamento, ma anche il fatto che il giudice di appello non avesse rilevato d’ufficio la nullità contrattuale derivante dal predetto vizio.

Come affermato dalle Sezioni Unite della Cassazione con le coeve sentenze n. 26242 e n. 26243 del 12 dicembre 2014, la rilevabilità officiosa delle nullità negoziali deve estendersi anche a quelle cosiddette di protezione.

In particolare, con la pronuncia n. 26243 la Cassazione ha chiarito che la domanda di nullità, proposta per la prima volta in appello, è inammissibile ex art. 345, primo comma, cod. proc. civ., salva la possibilità per il giudice del gravame – obbligato comunque a rilevare di ufficio ogni possibile causa di nullità, ferma la sua necessaria indicazione alle parti ai sensi dell’art. 101, secondo comma, cod. proc. civ. – di convertirla ed esaminarla come eccezione di nullità legittimamente formulata dall’appellante, giusto il secondo comma del citato art. 345 (e quindi ad es. come eccezione riconvenzionale, al fine di contrastare la domanda riconvenzionale di condanna al pagamento, contrapposta a quella principale di risoluzione, cfr. Cass. 11345/2010; Cass. 27516/2016).

Nel caso di specie, la questione della vessatorietà della clausola non era stata sollevata in primo grado dai contraenti mutuatari, ma, in ogni caso, essa avrebbe potuto essere rilevata d’ufficio dalla Corte d’appello, sia pure come eccezione, in relazione alla fondatezza della domanda riconvenzionale della mutuante, e previo contraddittorio delle parti sul punto.

La n. 20477/2014 della Cassazione

Peraltro, con riguardo alla disciplina del credito al consumo, la stessa Suprema Corte, con la sentenza n. 20477/2014, ha affermato che “ai sensi del D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, artt. 121 e 124, nel testo originario, applicabile ratione temporis, tra i contratti di credito al consumo finalizzati all’acquisto di determinati beni o servizi ed i contratti di acquisto dei medesimi ricorre un collegamento negoziale di fonte legale, che prescinde dalla sussistenza di una esclusiva del finanziatore per la concessione di credito ai clienti dei fornitori”, in conformità alla giurisprudenza della Corte di Giustizia (sentenza del 23 aprile 2009 – nella causa C – 509/2007) e che in tema di credito al consumo, nel caso di inadempimento del fornitore di beni e servizi, l’azione diretta del consumatore contro il finanziatore, prevista dal D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, art. 125, comma 4, nel testo originario, applicabile ratione temporis, si aggiunge alle comuni azioni contrattuali per le quali non vigono le condizioni stabilite da detta norma, spettando al giudice, in applicazione dei principi generali, individuare gli effetti del collegamento negoziale istituito per legge tra il contratto di finanziamento e quello di vendita”.

La decisione

Ad ogni modo, nel caso in esame, detta clausola non era idonea ad escludere la sussistenza di un collegamento funzionale tra i due contratti: il contratto di fornitura del periodo di godimento della multiproprietà e il contratto di finanziamento del corrispettivo dovuto.

Al contrario, proprio l’assunzione della sua centralità nell’interpretazione dell’operazione economica posta in essere tra le parti, aveva indotto la Corte distrettuale a sottovalutare eventuali indici di collegamento funzionale tra i due negozi, quali la contestualità dei contratti, il versamento del finanziamento dalla società finanziatrice direttamente alla società venditrice, fornitrice del bene di consumo, con perfezionamento della vendita, la pre-individuazione della società finanziatrice da parte della venditrice, indipendentemente dall’esclusiva (cfr., in motivazione, Cass. 19632/2016).

In definitiva l’impugnata sentenza è stata cassata con rinvio alla corte d’appello di Bologna per l’ulteriore corso.

Avv. Sabrina Caporale

Leggi anche:

ANTITRUST CONTRO I SUPPLEMENTI DI PREZZO PER ACQUISTI CON CARTA DI CREDITO

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui