Respinto il ricorso di un uomo, condannato per violenza sessuale, che invocava l’inattendibilità della persona offesa in quanto si era fatta riaccompagnare a casa dopo il rapporto   

Con sentenza n. 5512/2020, la Corte di Cassazione si è pronunciata sul ricorso presentato da un uomo, prima assolto e poi condannato in sede di appello per il reato di violenza sessuale a cinque anni di reclusione nonché al risarcimento dei danni in favore della persona offesa, costituitasi parte civile.

Nel ricorrere per cassazione, l’uomo aveva eccepito, tra gli altri motivi, l’assenza di tracce di lesioni o violenze sul corpo della persona offesa (sul quale non sono stati riscontrati graffi, ecchimosi o tumefazioni), oltre all’inverosimiglianza della assenza di consenso di quest’ultima al rapporto sessuale, che non avrebbe potuto essere portato a compimento con i pantaloni della donna solo in parte abbassati e in brevissimo tempo se non con la partecipazione volontaria della donna. Il ricorrente, inoltre, aveva evidenziato l’anomalia della condotta della vittima successiva alla condotta, risultando logicamente incompatibile con una violenza l’essersi fatta riaccompagnare a casa dopo la presunta violenza subita.

I Giudici di Pazza Cavour, tuttavia, hanno ritenuto il ricorso inammissibile.

La Suprema Corte, infatti, ha evidenziato come la Corte d’appello, nel riformare la decisione assolutoria del primo giudice, avesse spiegato la mancanza di segni esteriori della violenza subita con lo stato di paura in cui la vittima era venuta a trovarsi a seguito della aggressione a scopo sessuale da parte dell’imputato, che le aveva impedito una concreta opposizione, anche in considerazione della maggior prestanza fisica, grazie alla quale questi l’aveva sollevata, portata su un lettino posto nello spogliatoio della palestra nella quale entrambi lavoravano e l’aveva bloccata con il peso del proprio corpo.

Altrettanto logicamente la Corte territoriale aveva spiegato il comportamento della vittima successivo alla violenza, sottolineando, a sostegno della attendibilità della persona offesa e della compatibilità tra tale condotta e la violenza appena prima subita, la portata traumatica dell’episodio e le conseguenze psicologiche che lo stesso aveva prodotto sulla vittima.

Il Giudice di secondo grado, quindi, aveva ritenuto attendibile la persona offesa.

Le dichiarazioni della donna, infatti, erano risultate riscontrate, oltre che dalle confidenze con i vicini e la compagna, anche dagli esiti della visita ginecologica cui la vittima era stata sottoposta (in occasione della quale era emerso un eritema del vestibolo vaginale), anche dalle condizioni di prostrazione e dalle difficoltà di relazione della persona offesa nelle settimane successive al fatto.

Per gli Ermellini, in conclusione, la motivazione della Corte d’appello risultava idonea, caratterizzata dal necessario confronto critico con la motivazione della sentenza assolutoria di primo grado, e immune da vizi logici. Da li il giudizio di inammissibilità delle censure formulate con il ricorso, volte a conseguire una non consentita rivisitazione sul piano del merito delle risultanze istruttorie.

La redazione giuridica

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