Piano cronicità, le proposte dell’IPASVI

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La Federazione mette sul tavolo una serie di idee per l’evoluzione del nuovo modello di assistenza del Ssn

“Il Piano consente finalmente non solo di curare, ma anche di prendersi cura delle persone con patologie croniche, perché siano assistite in modo complessivo, olistico, e non solo per quanto riguarda i sintomi specifici”. Così Barbara Mangiacavalli, presidente IPASVI, all’indomani della trasmissione da parte del Ministro Lorenzin del testo del documento sulle cronicità alla Conferenza Stato-Regioni.

Per la Federazione nazionale dei Collegi degli Infermieri il Piano rappresenta un tassello importante sia per l’applicazione del Patto per la salute, sia, soprattutto, per il cambio di rotta nel modello di assistenza del Servizio sanitario nazionale, che deve essere sempre più orientato necessariamente ai mutamenti epidemiologici e dei bisogni di salute, tra i quali non autosufficienza e cronicità rappresentano gli aspetti principali.

Partendo da tale premessa, Mangiacavalli mette sul tavolo una serie di proposte per l’evoluzione di questo nuovo modello di assistenza, basandosi sulla considerazione sono due le figure prioritarie a vegliare sui malati cronici, tanto in ospedale quanto sul territorio: il medico di medicina generale e l’infermiere.  Il primo come tutor nella diagnosi e nella scelta della terapia, il secondo come care manager che seguirà  24 ore su 24 il paziente in tutto il percorso necessario alla sua assistenza.

Si parte dalla previsione dello sviluppo di un approccio sistemico ed “evidence-based” alle patologie croniche che coinvolga tutti i produttori di assistenza; un modello che preveda un approccio ‘patient oriented’ utilizzato dai sistemi erogativi di cura e assistenza, per identificare precocemente (disease finding) e prendere in carico (disease, care e case management) tutte le persone portatrici di malattia/condizione di cronicità insieme alle loro famiglie/care giver.

La seconda proposta riguarda la presa in carico infermieristica anticipata e finalizzata all’inserimento della persona assistita in programmi di ‘disease’ e ‘care management’ e l’individuazione di ulteriori indicatori di efficacia e appropriatezza, validi anche rispetto alla qualità di vita e di assistenza della persona.

Si passa poi alla maggiore considerazione del domicilio dei malati cronici come ambiente più ampio; le cure extra­ ospedaliere, intese sempre più come sistemi in cui si sviluppa la ‘long-term care’, non potranno essere previste solo come cure domiciliari ma anche come cure ‘multi­ ambientali’ ovvero ‘multi-setting’.

La quarta proposta è incentrata sullo sviluppo di una strategia in cui l’infermiere assicura la continuità della presenza e della presa in carico dei problemi di salute e benessere per le persone fragili e per le loro famiglie/care giver, creando un asse con il  medico di medicina generale che consenta a quest’ultimo di focalizzarsi sui problemi di salute più complessi dal punto di vista clinico-terapeutico e affidi all’infermiere sul territorio i casi più emblematici dal punto di vista della cronicità (stabilità clinica e aderenza terapeutica, comportamenti e stili di vita).

Infine, l’ultima proposta riguarda i ‘bisogni non clinici’ legati alle cronicità: “L’infermiere – spiega in conclusione Mangiacavalli – è il professionista che più di altri può affiancare la persona dentro il sistema dei servizi per la continuità delle cure. Accompagna la persona malata o in remissione di malattia in ogni percorso e quindi assume la responsabilità (non clinica) del caso tra un setting e l’altro e tra un professionista e l’altro, personalizzando gli interventi programmati e coordinandone il giusto percorso nel rispetto dei singoli percorsi diagnostico terapeutici assistenziali”.

 

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