Accessi ripetuti ad internet durante l’orario di lavoro: agenzie immobiliari, Facebook, Camera di Commercio, parafarmacie, email personale: la Corte d’appello di Roma (sentenza dell’11 marzo 2019) ha confermato il licenziamento

A far scattare i controlli da parte del datore di lavoro erano stati i problemi informatici causati da un virus che aveva infettato l’intero sistema. Di qui la richiesta di un intervento dei tecnici e la scoperta degli assidui accessi ad internet ed alla propria posta privata da parte della dipendente, assunta con la qualità di impiegata amministrativa, addetta a funzioni di controllo del budget di una Fondazione.

La lavoratrice, dal canto suo, lamentava la violazione dell’art. 4 l. n. 300/1970 in materia di controlli a distanza e alla conseguente inutilizzabilità dei dati così raccolti.

Ma il motivo non è stato accolto posto che l’attività lavorativa era stata sottoposta a verifica non durante il suo svolgimento, ma ex post e quale effetto indiretto di operazioni tecniche condotte su strumenti di lavoro appartenenti al datore di lavoro e finalizzate all’indifferibile ripristino del sistema informatico aziendale.

Quanto alla legittimità della sanzione espulsiva, i giudici della Corte d’appello di Roma, l’hanno ritenuta fondata, oltre che proporzionata alle violazioni addebitate alla dipendente.

Ed invero, l’art. 33 del CCNL applicato dalla Fondazione faceva espresso richiamo al licenziamento per l’ipotesi in cui il lavoratore fosse colpevole di mancanze relative a doveri anche non richiamati specificamente nel contratto di lavoro, ma così gravi da non consentire la prosecuzione neanche provvisoria del rapporto stesso, con chiaro riferimento, quindi, alla nozione di giusta causa di fonte legale.

Ebbene, nel caso in esame, la dipendente non aveva rispettato la policy aziendale, violando le disposizioni specifiche sull’uso degli strumenti informatici; e neppure aveva rispettato il Disciplinare in cui si leggeva: “il servizio di posta elettronica è uno strumento di lavoro offerto esclusivamente come supporto per il raggiungimento di fini istituzionali o con lo scopo di inviare comunicazioni tecniche di servizio e/o informazioni su attività ed iniziative interne”.

Dette mancanze, poi, – a giudizio della corte capitolina – “erano state il mezzo attraverso le quali la ricorrente si era sottratta alla prestazione lavorativa, in aperta, ingiustificata e conscia inosservanza della basilare obbligazione gravante ex contractu”.

In tale contesto si spiega, dunque, l’irrimediabile venir meno della fiducia, da parte del datore di lavoro, in una proficua prosecuzione del rapporto, trovando ulteriore sostegno nella negativa prognosi sul futuro corretto adempimento della prestazione lavorativa, dal momento che la stessa dipendente, già in passato, si era resa responsabile di una violazione di tipologia analoga a quella oggetto di causa, allontanandosi in più occasioni e in pieno orario lavorativo, dal posto di lavoro, per recarsi al mercato rionale.

Per tutti questi motivi, la corte di merito non ha avuto dubbi nel confermare la legittimità del licenziamento: “i continui accessi ad internet fatti per appagare i propri interessi personali avevano comportato una frammentazione della giornata lavorativa in intermittenti parentesi, dovuti alla sistematicità di tali durevoli accessi. Ciò aveva inciso in modo negativo sulla stessa continuità della messa a disposizione delle energie lavorative, cui la stessa era tenuta per contratto, svilendo simmetricamente la qualità dei compiti eseguiti”.

La redazione giuridica

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