Il comportamento infedele del coniuge se successivo al verificarsi di una situazione di intollerabilità della convivenza non è di per sé idoneo a giustificare una pronuncia di addebito della separazione

La vicenda

Con ricorso depositato presso il Tribunale di Ravenna, una donna aveva chiesto la pronuncia di addebito della separazione a carico del marito.

A sostegno della proprie ragioni la ricorrente aveva dichiarato di essere stata vittima di violenze da parte del proprio consorte; in particolare aveva riferito di un episodio in cui quest’ultimo, infuriato, l’aveva minacciata nel caso in cui fosse uscita con l’amica a festeggiare il suo compleanno, apostrofandola in maniera dispregiativa e chiudendosi a chiave in casa, tanto da costringere la donna a farsi accompagnare dai carabinieri per poter rientrare nella propria abitazione.

Ebbene tali fatti “pur consistendo in condotte certamente non apprezzabili”, più che essere definite come manifestazione di un’abituale condotta vessatoria del marito, sono state giudicate dal Tribunale di Ravenna come espressione di un’accesa conflittualità tra le parti che ormai aveva finito per logorare il rapporto coniugale.

Gli elementi acquisiti al giudizio

Peraltro nel corso del giudizio non era neppure emerso che la donna fosse stata costretta dal marito ad una vita “assolutamente ritirata e sottomessa”: ella, infatti, pur occupandosi a tempo pieno della famiglia e dei bambini, frequentava le amiche e anche persone di sesso maschile, compreso l’uomo con il quale – a detta del marito – aveva instaurato una relazione amorosa e che avrebbe determinato la fine del loro matrimonio.

Invero, tale circostanza era rimasta tuttavia sfornita di prova; non era stato provato che l’eventuale infedeltà della ricorrente fosse stata l’unica ragione o quella determinante del fallimento della relazione matrimoniale. Del resto era emerso che i due coniugi da alcuni anni dormivano separati e che vivessero, dunque, come separati in casa.

Per queste ragioni il Tribunale di Ravenna (n. 1229/2019) ha respinto anche la domanda di addebito della separazione chiesta dal marito a carico della moglie.

È noto infatti, come la riferita infedeltà può essere causa (anche esclusiva) dell’addebito della separazione solo quado risulti accertato che ad essa, sia in fatto, riconducibile la crisi dell’unione, mentre il relativo comportamento (infedele) se successivo al verificarsi di una situazione di intollerabilità della convivenza non è di per sé solo rilevante e non può, conseguentemente, giustificare una pronuncia di addebito.

La giurisprudenza al riguardo, ha chiarito che “grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge, l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre, è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà” (Cass. n. 16172/2014; n. 3923/2018).

La decisione sulla presunta relazione extraconiugale della moglie

Inoltre, ha aggiunto il Tribunale emiliano – “la relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 c.c., quando in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e quindi anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti l’offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge” (Cass. n. 21657/2017; n. 8923/2013).

Ebbene, nel caso in esame non sussistevano i presupposti per il riconoscimento dell’addebitabilità alla moglie, non risultando sufficientemente provata l’effettiva relazione e tanto meno che essa fosse stata coltivata pubblicamente e con grave nocumento della dignità del marito.

La redazione giuridica

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