Sinistro stradale causa l’amputazione dell’arto inferiore del motociclista rimasto coinvolto. (Cassazione Civile, Sez. III, Sentenza n. 41710 del 28/12/2021)

Il danneggiato e i suoi familiari convenivano in giudizio innanzi al Tribunale di Pesaro la Compagnia assicurativa e la Società proprietaria del trattore taglia erba chiedendo il risarcimento dei danni fisici conseguenti all’amputazione dell’arto inferiore.

Il giorno 12 giugno 2002 il danneggiato,  mentre procedeva alla guida del proprio motociclo in tratto di strada sul cui margine destro vi era trattore-tagliaerbe della ditta convenuta, era stato urtato sulla fiancata destra dall’autovettura che, immettendosi nel flusso della circolazione con rapida e improvvisa manovra, invece di dirigersi nel senso di marcia del motociclista consentito dal traffico a senso unico alternato a causa dei lavori di taglio dell’erba in corso, svoltava nella direzione contraria, determinando il sinistro da cui erano derivate le gravi lesioni con conseguente amputazione dell’arto al III inferiore di gamba.

Il Tribunale riteneva sussistente il concorso di colpa nella misura del 50% ciascuno fra il motociclista e l’automobilista e condannava quest’ultimo  al pagamento di Euro 155.134,20 per danno non patrimoniale; Euro 7.182,12 per rimborso spese; Euro 16.250,00 a titolo di spese future; Euro 29,453,00 a titolo di danno patrimoniale futuro; Euro 2.776,00 per ulteriore danno patrimoniale.

Avverso detta sentenza proposero appello gli originari attori. Con sentenza di data 23 maggio 2017 la Corte d’appello di Ancona accolse l’appello limitatamente agli importi liquidati in favore dei genitori del motociclista, rigettandolo per il resto.

La Corte d’Appello osservava come pacifica la responsabilità dell’automobilista e confermava la concorrente responsabilità del danneggiato sia per la manovra pericolosa di sorpasso, da rimproverare per il fatto che la circolazione era consentita solo ai veicoli provenienti dall’opposta direzione e per il fatto dell’invasione dell’opposta corsia di marcia oltre che per altri motivi (la congestione del traffico dovuta all’esecuzione dei lavori, la presenza di veicoli fermi e incolonnati nella propria direzione di marcia, la scarsa visibilità dovuta alla presenza di detti veicoli, la mancanza di spazio sufficiente per rientrare nella propria corsia), sia per la velocità non commisurata alle condizioni del traffico, come dimostrato dalla lunghezza delle tracce di frenata.

Ed ancora considerava corretto il criterio adottato dal primo Giudice della liquidazione in via equitativa del danno patrimoniale mediante il riferimento al triplo della pensione sociale, avendo tenuto conto sia dei redditi particolarmente modesti percepiti dal motociclista all’epoca del sinistro, che del fatto che per la giovane età del danneggiato non fosse possibile desumere l’espletamento da parte sua della medesima attività per tutta la durata della vita lavorativa.

Osservava, ancora, che infondata era la censura relativa alla necessità di nuovi interventi chirurgici, successivi alla amputazione dell’arto, avendo il Tribunale riconosciuto a titolo di spese mediche future il costo di cinque rifacimenti della protesi, conformandosi a quanto indicato nella CTU,  mentre non risultava dimostrata la circostanza che fossero già stati necessari rifacimenti in numero maggiore di quelli previsti dalla CTU.

Il danneggiato impugna la decisione in Cassazione lamentando, per quanto d’interesse, l’attribuzione di concorrente responsabilità nel sinistro, errata applicazione temporale delle Tabelle milanesi e mancata considerazione della personalizzazione del danno.

In particolare, secondo il ricorrente, nell’applicazione delle Tabelle Milanesi non si è tenuto conto del divario fra la data del sinistro (12 giugno 2002) e l’epoca delle Tabelle (2011) per cui il danno non patrimoniale doveva essere elevato sulla base delle ultime Tabelle milanesi. Aggiunge che non si è tenuto conto della necessità di personalizzare il danno non patrimoniale, il quale non può essere liquidato in modo esiguo, e che evidente è l’insufficienza della liquidazione operata.

Il motivo è inammissibile.

In materia di risarcimento del danno alla persona, il soggetto danneggiato ha interesse ad impugnare la condanna al risarcimento tanto nell’ipotesi in cui la liquidazione equitativa del danno sia fondata su un’erronea applicazione dei criteri previsti dalla tabella in uso presso un determinato ufficio giudiziario, quanto in quella in cui, pur essendo stati gli stessi correttamente applicati, la tabella sia stata sostituita da altra più idonea a rappresentare – ai sensi dell’art. 1226 c.c. – un adeguato ristoro del danno non patrimoniale, essendo irrilevante che tale seconda evenienza si verifichi anteriormente alla decisione di primo grado o nelle more del decorso del termine di impugnazione, sussistendo in entrambi i casi l’interesse all’impugnazione (Cass. 20 ottobre 2016, n. 21245).

Ebbene, il ricorrente non ha specificatamente indicato se un motivo di appello avesse ad oggetto l’applicazione di tabella aggiornata e più idonea a rappresentare un adeguato ristoro del danno non patrimoniale – nello specifico derivante dalla amputazione dell’arto inferiore -, non potendo il giudice di appello provvedere d’ufficio alla nuova liquidazione alla stregua della tabella più aggiornata in mancanza di specifica domanda della parte.

Con riferimento all’ulteriore censura contenuta nel motivo, gli Ermellini rammentano che in tema di liquidazione del danno non patrimoniale per la ridotta, o soppressa funzionalità di un arto, e dunque comprese le ipotesi di amputazione dell’arto, in seguito ad una ingiusta lesione subita, la parte che chieda il risarcimento per pregiudizi ulteriori rispetto a quelli già forfettariamente compensati con la liquidazione attraverso i meccanismi tabellari, deve allegare altri pregiudizi di tipo dinamico-relazionali, individuando specifiche circostanze che incidano su aspetti “eccezionali” e non semplicemente quotidiani della vita, tali, per caratteristiche, dimensione od intensità ed in relazione alle proprie particolari condizioni di vita, da porli al di fuori delle conseguenze ordinariamente derivanti da pregiudizi dello stesso grado sofferti da persone della stessa età, non essendo peraltro conferente il mero richiamo alla gravità della lesione invalidante, costituendo quest’ultima soltanto uno dei parametri utilizzati nell’attribuzione del valore tabellare del danno non patrimoniale, sotto il profilo del danno morale soggettivo.

Il ricorrente, invero, si è limitato ad invocare genericamente una personalizzazione ed insufficienza della liquidazione, ma non ha specificatamente indicato circostanze che incidano su aspetti eccezionali e non semplicemente quotidiani della vita (in ordine alle quali avrebbe peraltro dovuto proporre una denuncia di vizio motivazionale, non potendo essere effettuate nella presente sede di legittimità indagini implicanti accertamenti di fatto).

Il terzo ed il quarto motivo, sono fondati.

La liquidazione del danno patrimoniale da incapacità lavorativa, patito in conseguenza di un sinistro stradale da un soggetto percettore di reddito da lavoro, deve avvenire ponendo a base del calcolo il reddito effettivamente perduto dalla vittima, e non il triplo della pensione sociale.

Il Giudice di merito ha –erroneamente- applicato il criterio del triplo della pensione sociale nonostante avesse accertato l’esistenza di una produzione di redditi del danneggiato, sia pure particolarmente modesti, e di un’attività professionale, della quale ha escluso solo la possibilità che potesse essere svolta per tutta la durata della vita lavorativa data la giovane età del danneggiato.

Ebbene, l’esistenza di un’attività professionale, sia pur produttiva di redditi modesti, e di dichiarazioni dei redditi esclude la ricorrenza dello stato sostanziale di disoccupazione, cui soltanto la giurisprudenza collega la possibilità di utilizzazione del criterio del triplo della pensione sociale.

Il Giudice di merito, in sede di rinvio, dovrà valutare ai fini della liquidazione del danno patrimoniale, il reddito effettivamente perduto dalla vittima per il grado di incapacità lavorativa. In tale indagine dovrà valutare anche le dichiarazioni dei redditi delle quali è stata ritenuta l’inammissibilità non in ragione di una preclusione processuale, ma alla luce di considerazioni errate.

Confermato, per il resto, il danno non patrimoniale derivante da amputazione dell’arto inferiore.

Avv. Emanuela Foligno

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