Separazione e assegno di mantenimento, il giudice deve valutare le risorse di entrambi i genitori

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Assegno di mantenimento alla ex moglie dedicatasi alla famiglia

In caso di separazione, l’assegno di mantenimento non può essere calcolato solo sulle risorse di un genitore. Il giudice deve sempre considerare le capacità economiche di entrambi per garantire equità nella contribuzione ai figli (Corte Suprema di Cassazione – Sezione Prima Civile – Ordinanza n. 676 del 12 gennaio 2026)

Non basta essere un padre facoltoso per subire un aumento automatico dell’assegno di mantenimento dei figli: il giudice deve sempre bilanciare le risorse di entrambi i genitori. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza depositata il 12 gennaio 2026, accogliendo il ricorso di un padre contro una sentenza della Corte d’Appello di Genova che aveva raddoppiato il contributo mensile per i figli, portandolo da 2.000 a 4.000 euro totali.

Il caso: il raddoppio contestato dell’assegno di mantenimento

La vicenda nasce da una separazione conflittuale in cui il Tribunale di Genova aveva inizialmente fissato in 2.000 euro l’assegno a carico del padre per i due figli minori. In appello, su richiesta della madre, la cifra era stata elevata a 4.000 euro. I giudici di secondo grado avevano giustificato l’aumento ritenendolo “opportuno” alla luce delle ampie disponibilità del padre, ignorando però i rilievi sulle ricchezze della madre, che il ricorrente descriveva come titolare di “enormi patrimoni”, tra cui una villa a Milano da 3 milioni di euro e redditi in forte crescita.

La “bidimensionalità” del mantenimento

La Suprema Corte, con una motivazione chiara, ha ricordato che l’obbligo di mantenimento ha due dimensioni. Se da un lato esiste il diritto dei figli a conservare un tenore di vita simile a quello goduto durante la convivenza, dall’altro esiste un “rapporto interno” tra i genitori governato dal principio di proporzionalità.

In sostanza, entrambi i genitori devono contribuire in base alle proprie sostanze e capacità di lavoro. La Corte d’Appello di Genova, secondo gli Ermellini, è incorsa in un errore metodologico: ha aumentato l’assegno guardando solo al portafoglio del padre, senza “scavare” in quello della madre, nonostante quest’ultima avesse depositato i propri documenti fiscali con forte ritardo.

La reticenza della madre come prova

Un punto centrale dell’ordinanza riguarda la condotta processuale. La Cassazione ha sottolineato che se una parte non documenta tempestivamente la propria condizione economica, il giudice può trarre da questo comportamento “argomenti di prova” (ex art. 116 c.p.c.).

In pratica, se la madre nasconde i propri redditi o deposita la documentazione in extremis, il giudice può legalmente inferire che ella disponga di ingenti risorse finanziarie. La Corte ligure aveva notato questa reticenza, ma paradossalmente non ne aveva tratto le debite conclusioni nel calcolare la quota di ripartizione delle spese.

La decisione

La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Genova in diversa composizione. I giudici di merito dovranno ora rifare i calcoli, accertando con precisione il patrimonio di entrambi i genitori per garantire che l’assegno sia davvero proporzionato alle rispettive sostanze, evitando che l’intero peso economico ricada su un solo coniuge quando anche l’altro è benestante.

Avv. Sabrina Caporale

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