Assegno divorzile e attività lavorativa irregolare della donna (Cassazione civile, n. 36822/2022).

Assegno divorzile rigettato perché la donna ha un tenore di vita superiore al sussidio di disoccupazione che percepisce.

Nella interessante decisione della Suprema Corte in commento, ancora una volta al vaglio di legittimità il diniego dell’assegno divorzile per la ex moglie che presumibilmente svolge attività lavorativa irregolare.

In buona sostanza gli Ermellini ribadiscono che non spetta l’assegno alla ricorrente perché dall’istruttoria svolta nel giudizio di appello è emerso che la stessa avesse un tenore di vita superiore a quello del sussidio di disoccupazione e che non avesse dimostrato lo stato di bisogno e di essersi adoperata per la ricerca di un nuovo lavoro.

Per tali ragioni la Corte d’Appello revoca l’assegno divorzile alla donna che si rivolge alla Cassazione impugnando la decisione.

La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso.

Gli Ermellini condividono le motivazioni che hanno condotto la Corte di merito a rigettare la richiesta della donna.

Difatti, i Giudici di appello hanno dato atto che dalle prove sono emersi fatti indicativi che giustificano il rigetto della misura in suo favore.

I coniugi in sede di separazione si sono riconosciuti piena e reciproca indipendenza economica e hanno regolato gli ulteriori rapporti di comune accordo; la ricorrente, licenziata e beneficiaria della prestazione NASPI, non ha dimostrato di essersi attivata nella ricerca di una nuova occupazione.

Oltre a ciò, è risultata inattendibile la condizione economica denunciata dalla donna, nel lamentare l’inadeguatezza dei mezzi economici a sua disposizione, poiché sono emersi impegni economici della stessa superiori al sussidio di disoccupazione percepito, situazione che fa presumere lo svolgimento di attività lavorativa irregolare.

Su tale ultimo aspetto non è stata allegata la documentazione inerente l’accordo di licenziamento e il TFR. Di talchè sono correttamente state considerate inattendibili le dichiarazioni circa l’asserito stato di bisogno.

Per quanto riguarda le censure inerenti il contributo della donna, in regime di matrimonio, dato ai bisogni della famiglia e alla crescita della carriera professionale del marito, egualmente non colgono nel segno essendo rimaste prive di allegazione.

Tutte le circostanze di cui si lamenta la ricorrente risultano essere state attentamente vagliate dalla Corte di merito e la decisione di diniego dell’assegno divorzile è stata correttamente assunta e motivata.

Il ricorso viene rigettato.

Avv. Emanuela Foligno

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