È corretta la sentenza del giudice di merito che riconosce il diritto all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge, non già allo scopo di assicurare il pregresso tenore di vita, ma per mantenere condizioni adeguate e consone al progetto familiare che la cessazione del matrimonio ha interrotto

La vicenda

La Corte d’appello di Venezia aveva confermato la decisione del giudice del divorzio, con riferimento alle statuizioni economiche poste a carico del ricorrente, consistenti nel riconoscimento di un assegno divorzile in favore dell’ex coniuge di 350 euro mensili, nonché quello di 850 euro per il mantenimento del figlio minore oltre alla partecipazione alle spese straordinarie nella misura del 70%.

Contro tale sentenza l’obbligato ha proposto ricorso per cassazione lamentando la violazione dell’art. 5, comma 6, della legge n. 898/1970 per aver confermato, la corte territoriale il diritto all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge, omettendo ogni verifica circa l’an debeatur e discostandosi in tal modo dai principi enunciati in sede di legittimità con la sentenza n. 11504/2017.

Ma il motivo non è stato accolto perché infondato (Corte di Cassazione ordinanza n. 765/2020).

I giudici del Supremo Collegio hanno osservato che la corte territoriale, proprio facendo applicazione della richiamata sentenza, aveva riconosciuto il diritto all’assegno divorzile all’ex moglie e nel determinarne l’importo, aveva tenuto conto delle risorse economiche e reddituali di entrambe le parti, non già mirando ad una mera perequazione reddituale, ma valutando le circostanze del caso concreto al fine di perseguire la finalità assistenziale-perequativa/compensativa attribuita a detto assegno, in linea con i principi espressi dalle Sezioni Unite.

Secondo la citata sentenza “all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo contro delle aspettative professionali sacrificate” (Cass. Sez. Un. n. 18287/2018).

Segnatamente la corte territoriale aveva riconosciuto il diritto all’assegno divorzile nella misura di 350 euro.

Ciò non già allo scopo di assicurare il pregresso tenore di vita, ma per mantenere le condizioni di vita adeguate e consone al progetto familiare e sociale che la cessazione del matrimonio aveva interrotto e ciò era stato fatto, dando conto dell’attività lavorativa svolta da entrambi coniugi, dal fatto che l’ex moglie avesse lasciato la sua patria (il Perù) nel 1999 per trasferirsi in Italia con il marito, che si era dedicata alla famiglia nei primi anni del matrimonio in ragione della nascita del loro figlio e fino al 2008, quando in occasione della separazione aveva intrapreso un’attività lavorativa ed aveva reperito un alloggio ove vivere con quest’ultimo, non potendo più fruire dell’alloggio di servizio assegnato al coniuge (militare dell’Arma dei carabinieri).

Per queste ragioni il ricorso è stato rigettato e il ricorrente condannato alla refusione delle spese del giudizio di legittimità.

La redazione giuridica

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