Configura il reato di atti persecutori la condotta dell’agente che impedisce ai propri vicini l’accesso al garage, parcheggiando la propria autovettura davanti all’ingresso

La vicenda

La Corte di appello di Messina aveva confermato la condanna, emessa dal Tribunale della stessa sede, nei confronti di un uomo ritenuto responsabile dei reati di atti persecutori (di cui all’art. 612-bis c.p., comma 3) e violenza privata (art. 610 c.p.) aggravati ai sensi dell’art. 61 c.p., comma 1 e 2, così condannandolo alla pena di un anno di reclusione.

All’uomo erano contestate una serie di condotte persecutorie commesse nei confronti di due coniugi e del loro figlio minore, consistite nell’avergli impedito di accedere al proprio garage, parcheggiando sistematicamente la propria vettura davanti all’ingresso e rifiutandosi di spostarla anche a fronte delle reiterate richieste in tale senso; il tutto con l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di eseguire il reato di condotte persecutorie.

Contro la citata sentenza l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando l’errata applicazione della legge penale nonché il vizio di motivazione in ordine alla credibilità delle parti lese.

Ma il ricorso è stato rigettato, in quando infondato (Corte di Cassazione, Quinta Sezione Penale, sentenza n. 1551/2020).

Il motivo di censura proposto dalla difesa, pur formalmente devolvendosi in vizi censurabili in sede di legittimità, in sostanza invocava una diversa valutazione della credibilità delle parti lese, come svolta dai giudici di merito; nonché una diversa rilettura delle medesime fonti di prova, già vagliate dalla Corte di appello con motivazione non manifestamente illogica, dunque non censurabile in sede di legittimità.

Ed invero, per i giudici della Suprema Corte l’esito del giudizio di responsabilità era fondato su una motivazione logica e non contraddittoria e pertanto non poteva ritenersi invalidato da prospettazioni alternative del ricorrente.

Per tutte queste ragioni il ricorso è stato rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.

La redazione giuridica

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