Rischia la condanna per molestie sessuali chi con insistenza rivolge alla vittima battute a sfondo sessuale o fa domande, altrettanto insistenti, volte a carpire aspetti della vita intima o abitudini sessuali

Quello che per l’imputato era un semplice “gioco” è stato definito dai giudici della Suprema Corte come un comportamento penalmente rilevante: decisivi i toccamenti sul sedere della vittima e le continue battute a sfondo sessuale.

La vicenda

La Corte d’appello di Bologna aveva condannato un uomo alla pena di un anno, sette mesi e venticinque giorni di reclusione, disponendo altresì la condanna al pagamento della somma, rispettivamente di 8.000 e 5.000 euro in favore delle due parti civili.

L’imputato era stato ritenuto colpevole dei reati di violenza sessuale per aver toccato il sedere di una delle due vittime, nonché quello di molestie ex art. 660 c.p., per aver insistentemente rivolto ad entrambe frasi e battute a sfondo sessuale.

La Corte di Cassazione (Terza Sezione Penale, sentenza n. 1999/2020) ha confermato la pronuncia della corte d’appello bolognese.

La vittima aveva, infatti, riferito non di un semplice toccamento ma di un palpeggiamento precisando che, di fronte all’atteggiamento infastidito dalla stessa dimostrato, l’imputato aveva cercato di non dar peso al suo gesto, sostenendo che si trattasse di un gioco.

Da qui la logica affermazione dei giudici territoriali secondo cui il gesto fu del tutto consapevole e volontario, giungendo logicamente a concludere che la valutazione, affatto soggettiva, del reo, secondo cui si trattasse di un gioco, non avrebbe avuto rilievo, tenuto conto delle implicazioni sessuali di tale “gioco”, e al fatto che con quel gesto ebbe a determinarsi un’inevitabile violazione della sfera sessuale della persona offesa.

Con argomentazione immune da vizi, i giudici dell’appello avevano del resto puntualizzato come la connotazione sessuale del gesto emergesse inequivocabilmente dalle ripetute allusioni nonché dalle esplicite frasi a sfondo sessuale che l’imputato era solito rivolgere alle due ragazze.

Al di là della mera diversità terminologica (toccare – palpeggiare) non vi erano dubbi circa l’inequivoca connotazione sessuale del gesto contestato.

Come è noto, la giurisprudenza di legittimità ha ritenuto integrare la fattispecie criminosa di violenza sessuale nella forma consumata, e non tentata, la condotta che si estrinsechi in toccamenti, palpeggiamenti e sfregamenti sulle parti intime della vittima, o comunque, su zone erogene suscettibili di eccitare la concupiscenza sessuale, anche in modo non completo e/o di breve durata, essendo a tal fine irrilevante che il soggetto attivo consegua la soddisfazione erotica (Cass. n. 12506/2011).

Neppure è stata accolta la tesi secondo cui, come sostenuto dall’imputato dinanzi ai giudici territoriali, si trattasse di un gioco. Sul punto, si è già detto che l’intrusione violenta nella sfera sessuale di un soggetto – anche se avvenuta “ioci causa” o con finalità di irrisione della vittima, travalica il mero atto di violenza privata e si qualifica come atto sessuale punibile ai sensi dell’art. 609 bis c.p. (Cass. n. 20927/2009).

A nulla è valso, inoltre, al ricorrente contestare il fatto che i giudici dell’appello avessero tratto prova della connotazione sessuale dell’atto desumendola dal comportamento da lui complessivamente posto in essere, nella specie, per le ripetute allusioni e le esplicite frasi a sfondo sessuale che le stesse vittime avevano definito come battute.

La Corte di Cassazione ha, infatti, ribadito che nel processo penale vige il principio del libero convincimento del giudice cui è consentito utilizzare qualsiasi elemento, anche deduttivo, induttivo o presuntivo che, non escluso espressamente dalla legge né dalla logica del sillogismo, abbia in sé l’attitudine a dimostrare l’esistenza di un fatto. Libero convincimento significa libertà nell’acquisizione dei suddetti elementi e libertà di valutarli senza limiti, per cui il controllo della Suprema Corte resta limitato alle ragioni poste a fondamento della decisione e all’accertamento che il giudizio sia il risultato logico dell’esame critico degli elementi acquisiti al processo o dallo stesso emergenti.

Tanto era accaduto nel caso di specie, ove i giudici territoriali, con procedimento logico deduttivo, avevano attribuito connotazione sessuale al gesto posto in essere dall’imputato, sia alla luce delle inequivoche dichiarazioni del medesimo, sia valorizzando il contesto in cui tale gesto era stato posto in essere, innestandosi in un comportamento tenuto dal reo verso le due ragazze che lasciava intendere in maniera esplicita il suo interesse sessuale verso le due stagiste.

Il reato di molestie sessuali

Altrettanto priva di pregio è stata ritenuta la censura offerta dalla difesa laddove affermava che le condotte del reo fossero prive di quei connotati di disturbo e molestia tipici della norma contravvenzionale di cui all’art. 610 c.p.

La Cassazione ha infatti ribadito che “il rivolgere, con insistenza, battute a sfondo sessuale o domande, altrettanto insistenti, volte a carpire aspetti della vita intima della stessa (del tipo “che taglia di reggiseno avete”, o “avete [avuto rapporti sessuali]”?), indubbiamente integra la fattispecie contestata”.

In definitiva, il ricorso è stato rigettato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

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