L’impossibilità di tracciare una sacca di sangue trasfusa comporta un’irregolarità nella tenuta della cartella clinica, cui consegue l’affermazione della responsabilità della struttura sanitaria per i danni cagionati al paziente dalla trasfusione di sangue infetto

La vicenda

Un uomo, affetto da virus HBV in conseguenza di una trasfusione di sangue infetto somministratagli nel 1982 presso un’Usl della Regione Campania, aveva proposto ricorso per cassazione contro la sentenza dalla Corte d’Appello di Napoli che, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, aveva accolto l’appello del Ministero della Salute, dichiarando maturata la prescrizione del diritto dell’attore al risarcimento del danno aquiliano.

La Corte territoriale, per quel che rileva, aveva statuito che l’omissione o l’insufficienza dei controlli del sangue avrebbe potuto condurre ad una pronuncia di condanna dell’azienda ospedaliera qualora la parte istante avesse allegato l’avvenuta utilizzazione di sacche di sangue estranee ai circuiti autorizzati dal Ministero o raccolte nell’ambito della propria gestione di un centro trasfusionale. Essendosi, invece, l’attore limitato ad ipotizzare la provenienza del sangue da sacche ignote ma risultando, invece, dall’esame della cartella clinica esaminata dal CTU la mancata annotazione del referto di accompagnamento del Centro Emotrasfusionale e, non potendo quest’ultima essere equiparata a prova dell’ignota provenienza del sangue, i giudici avevano ritenuto non dimostrata l’omessa diligenza dell’azienda sanitaria, rigettando l’appello incidentale e compensando le spese.

Il Supremo Collegio (Terza Sezione Civile, ordinanza n. 850/2020) ha cassato la pronuncia della corte d’appello partenopea accogliendo il motivo di ricorso proposto dal ricorrente.

Ed invero, la sentenza impugnata, pur dando atto che nella cartella clinica mancava l’annotazione del referto di accompagnamento del centro trasfusionale, aveva ritenuto che la prova della colpa gravasse sul danneggiato.

Tale statuizione – hanno affermato gli Ermellini -. “è in patente contrasto con l’ormai granitica giurisprudenza di questa Corte secondo la quale in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante” (Cass., S.U., n. 577 dell’11/1/2008; Cass., 3, n. 20101 del 18/9/2009; Cass., 3, n. 24073 del 13/10/2017).

La ripartizione dell’onere della prova

Siffatto principio, con le opportune precisazioni in tema di riparto della prova del nesso causale, ha trovato ulteriore applicazione nelle più recenti pronunce di legittimità (Cass. 18392 del 2017; Cass. 28991/2 del 2019), dalle quali emerge la conferma del principio secondo il quale, provato, da parte del paziente, anche a mezzo di presunzioni, la relazione causale tra la condotta e la lesione, l’onere della prova della causa non imputabile grava sul presunto danneggiante.

In assenza di tali prove, la responsabilità della struttura non poteva ritenersi esclusa.In particolare, i giudici della Suprema Corte hanno precisato che l’impossibilità di tracciare una sacca di sangue trasfusa comporta un’irregolarità nella tenuta della cartella clinica cui può ricollegarsi l’affermazione di responsabilità contrattuale con riguardo alla prova presuntiva (Cass., 11316/2003).

Per queste ragioni la sentenza impugnata è stata cassata e la causa rinviata al giudice di merito per nuovo esame al fine di procedere alla liquidazione del danno, dovendosi ritenere l’an della pretesa risarcitoria definitivamente accertato sulla base degli atti di causa.

La redazione giuridica

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