È possibile acquisire al processo la riproduzione fotografica dei messaggi WhatsApp o degli sms contenuti nella memoria di un apparecchio telefonico?

La Corte di Cassazione con la sentenza in commento ha espressamente chiarito che i messaggi WhatsApp, così come gli sms contenuti nella memoria di un telefono cellulare, hanno natura documentale e possono essere legittimamente acquisiti al giudizio con una qualunque modalità atta alla raccolta del dato, inclusa la riproduzione fotografica

La vicenda

La Corte d’appello di Roma aveva condannato l’imputato alla pena di sei mesi e venti giorni di reclusione ed 2.800 euro di multa, in relazione al reato di cui al D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 73, comma 5, per avere, in concorso con l’altro imputato, detenuto illecitamente per la cessione a terzi 4,2 grammi lordi di sostanza stupefacente del tipo cocaina e 0,8 gr. lordi di sostanza stupefacente del tipo marijuana.

La responsabilità penale dell’imputato era emersa da una serie di elementi acquisiti a suo carico, e segnatamente: a) dalle modalità di rinvenimento delle sostanze stupefacenti e, in particolare, dalla suddivisione della cocaina in tredici dosi complessive e dal quantitativo della marijuana da cui erano ricavabili una o due dosi; b) dalla disponibilità da parte dei due imputati di somme di denaro di piccolo taglio; c) dal rinvenimento di una busta di cellophane parzialmente tagliata usata per il confezionamento della cocaina; d) dai messaggi contenuti nei telefoni cellulari degli imputati; e) dalle dichiarazioni spontanee da essi rese nell’immediatezza dei fatti e dall’ammissione fatta dal primo circa la finalizzazione della sostanza alla cessione a terzi.

Inoltre, il Collegio capitolino aveva confermato la congruità del trattamento sanzionatorio inflitto dal Tribunale e l’insussistenza dei presupposti per le invocate circostanze attenuanti generiche, stante l’assenza di segni di ravvedimento del prevenuto, la mancanza di alcun comportamento collaborativo nonché l’intensità del dolo, desumibile dalle circostanze che egli agiva di notte ed utilizzava l’applicativo telegram, strumento funzionale a contattare i clienti e a cancellare immediatamente i messaggi inviati senza lasciare traccia.

Il ricorso per cassazione

Col primo motivo di natura processuale il ricorrente ha eccepito la nullità e l’inutilizzabilità degli esiti delle comunicazioni telematiche registrate sulla memoria del telefono cellulare, acquisite all’esito dell’ispezione compiuta dalla P.G. mediante la riproduzione fotografica della schermata delle comunicazioni intercorse tra l’imputato ed un possibile acquirente.

Secondo consolidata giurisprudenza di legittimità, i dati informatici acquisiti dalla memoria del telefono in uso all’indagato (sms, messaggi whatsApp, messaggi di posta elettronica “scaricati” e/o conservati nella memoria dell’apparecchio cellulare) hanno natura di documenti ai sensi dell’art. 234 c.p.p., di tal che la relativa attività acquisitiva non soggiace nè alle regole stabilite per la corrispondenza, nè tantomeno alla disciplina delle intercettazioni telefoniche.

L’utilizzo dei messaggi WhatsApp rinvenuti nel telefono sottoposto a sequestro

La Corte di Cassazione ha anche evidenziato che ai non è applicabile la disciplina dettata dall’art. 254 c.p.p., in quanto tali testi non rientrano nel concetto di “corrispondenza”, la cui nozione implica un’attività di spedizione in corso o comunque avviata dal mittente mediante consegna a terzi per il recapito (Sez. 3, n. 928 del 25/11/2015).

Ebbene, di tali principi di diritto aveva fatto corretta applicazione la corte territoriale che, nel respingere la censura mossa in appello dal ricorrente, aveva utilizzato ai fini della decisione i messaggi contenuti nei telefoni cellulari dei due imputati.

La decisione

Nè, d’altra parte, poteva ritenersi che si trattasse degli esiti di un’attività di intercettazione, “la quale postula, per sua natura, la captazione di un flusso di comunicazioni in corso, là invece, dove i dati presenti sulla memoria del telefono acquisiti ex post costituiscono mera documentazione di detti flussi”.

Per queste ragioni i giudici della Sesta Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 11822/2020) hanno rigettato il ricorso ed affermato il seguente principio di diritto: “i messaggi whatsApp così come gli sms conservati nella memoria di un apparecchio cellulare hanno natura di documenti ai sensi dell’art. 234 c.p.p., di tal che la relativa attività acquisitiva non soggiace alle regole stabilite per la corrispondenza, nè tantomeno alla disciplina delle intercettazioni telefoniche, con l’ulteriore conseguenza che detti testi devono ritenersi legittimamente acquisiti ed utilizzabili ai fini della decisione ove ottenuti mediante riproduzione fotografica a cura degli inquirenti”.

Avv. Sabrina Caporale

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