Favoreggiamento personale: i casi di esclusione previsti dall’art. 384 c.p., comma 1, si applicano anche al convivente more uxorio? La questione è stata rimessa alle Sezioni Unite della Cassazione

La vicenda

La Corte di appello di Cagliari aveva confermato la condanna a carico dell’imputata in ordine al reato di favoreggiamento personale poiché aveva aiutato il convivente indagato per il reato di cui al D.Lgs. n. 285, art. 116, comma 13, e art. 189, commi 1 e 7, (per aver guidato un autoveicolo senza patente di guida e, dopo la collisione tra autoveicoli con feriti, per non aver prestato la prescritta assistenza) ad eludere le investigazioni dell’autorità, dichiarando il falso ai Carabinieri intervenuti sul luogo dell’incidente.

La sentenza di appello, pur rilevando il contrasto nella giurisprudenza di legittimità in ordine alla applicabilità dell’art. 384 c.p., comma 1, al convivente more uxorio e mostrando di non condividere l’orientamento che estende a tale soggetto la scusante o scriminante in parola, aveva confermato la responsabilità della ricorrente ritenendo non raggiunta la prova dell’esistenza del rapporto more uxorio tra i due imputati.

In ordine alla questione dell’applicabilità dei casi di non punibilità ai conviventi sono stati espressi due opposti orientamenti.

Secondo un primo e prevalente orientamento, non può essere applicata al convivente “more uxorio”, resosi responsabile di favoreggiamento personale nei confronti dell’altro convivente, la causa di non punibilità operante per il coniuge, ai sensi del combinato disposto dell’art. 384 c.p., comma 1, e art. 307 c.p., comma 4, i quali non includono nella nozione di prossimi congiunti il convivente “more uxorio” (cfr. Corte Cost. 121 del 2004 e 140 del 2009)(Sez. 5, n. 41139 del 22/10/2010, Migliaccio).

Secondo tale indirizzo (Sez. 6 n. 35967 del 28/09/2006) l’esclusione del convivente more uxorio “non si pone in contrasto con i principi di cui all’art. 3 Cost. Ed invero, come ribadito dalla Corte costituzionale con l’ordinanza n. 121 del 2004, gli artt. 307 e 384 c.p. non includono nella nozione di prossimi congiunti anche il convivente “more uxorio”, oltre il coniuge, finanche separato di fatto o legalmente. Tale assetto normativo non è neppure contrario alla Carta costituzionale (in special modo, con riferimento all’art. 3 Cost.) in quanto esistono, nell’ordinamento, ragioni costituzionali che giustificano un differente trattamento normativo tra i due casi, trovando il rapporto coniugale tutela diretta nell’art. 29 Cost., mentre il rapporto di fatto fruisce della tutela apprestata dall’art. 2 Cost. ai diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali, con la conseguenza che ogni intervento diretto a rendere una identità di disciplina rientra nella sfera di discrezionalità del legislatore.

La pronuncia della Corte Costituzionale

Ancora più di recente, con sentenza n. 140 del 2009, il giudice delle leggi ha affermato, riprendendo i principi già espressi, che la convivenza more uxorio è diversa dal vincolo coniugale in ragione della diversità delle norme di copertura e tale diversità giustifica che la legge possa riservare trattamenti giuridici non omogenei. Infatti, “se è vero che, in relazione ad ipotesi particolari, si possono riscontrare tra i due istituti caratteristiche tanto comuni da rendere necessaria un’identità di disciplina, che la Corte può garantire con il controllo di ragionevolezza, nella specie, l’estensione di cause di non punibilità comporta un giudizio di ponderazione a soluzione aperta tra ragioni diverse e confliggenti che appartiene primariamente al legislatore. Si tratterebbe, insomma, di mettere a confronto l’esigenza della repressione di delitti contro l’amministrazione della giustizia, da un lato, e la tutela di beni afferenti la vita familiare, dall’altro, ma non è detto che i beni di quest’ultima natura debbano avere necessariamente lo stesso peso, a seconda che si tratti della famiglia di fatto o della famiglia legittima, per la quale sola esiste un’esigenza di tutela non solo delle relazioni affettive, ma anche dell’istituzione familiare come tale, di cui elemento essenziale e caratterizzante è la stabilità”.

Due più recenti decisioni hanno espresso un opposto orientamento.

Secondo la Seconda Sezione n. 34147 del 30/04/2015 in tema di favoreggiamento personale, la causa di non punibilità prevista dall’art. 384 c.p., comma 1, in favore del coniuge opera anche in favore del convivente “more uxorio”, richiamando la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, la quale considera la famiglia in senso dinamico, come una formazione sociale in perenne divenire, e non come un istituto statico ed immutabile ed essendo, perciò, irrilevante che il rapporto familiare sia sanzionato dall’accordo matrimoniale.

Nello stesso solco si è posta la Sesta Sezione con la sentenza n. 11476 del 19/09/2018, la quale ha affermato che la causa di non punibilità prevista dall’art. 384 c.p.p. è applicabile anche nei confronti dei componenti di una famiglia di fatto e dei loro prossimi congiunti, dovendosi recepire un’interpretazione “in bonam partem” che consenta la parificazione, sul piano penale, della convivenza “more uxorio” alla famiglia fondata sul matrimonio, trattandosi di soluzione già consentita dal preesistente quadro normativo, oltre che dalla nozione di famiglia desumibile dall’art. 8 CEDU, ricomprendente anche i rapporti di fatto.

Ebbene, queste ultime due decisioni sono state fortemente criticate dalla dottrina.

Ciononostante, con la sentenza in commento, i giudici della Suprema Corte hanno rilevato che la tesi della non illegittimità dell’esclusione dovrebbe da una parte confrontarsi con i ripetuti interventi della Corte Costituzionale che ha ritenuto costituzionalmente non illegittima l’esclusione dal novero dei soggetti indicati dall’art. 384 c.p., comma 1, con riferimento all’art. 307 c.p., comma 4, del convivente di fatto; dall’altro, con la decisione espressa dalla Grande Camera della Corte di Strasburgo nel caso Van der Heijden v. Netherlands del 3 aprile 2012 che ha escluso la violazione dell’art. 8 CEDU laddove la legislazione interna costringa una persona a testimoniare nell’ambito di procedimenti penali a carico del convivente senza conferirle la facoltà di astensione riconosciuta invece al coniuge e al convivente registrato.

E ancora, a sostegno della interpretazione innovativa vi è il dato normativo del D.Lgs. n. 6 del 2017, conseguente alla c.d. legge Cirinnà del 2016 (“Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”), con il quale il legislatore ha ampliato la cerchia dei “prossimi congiunti” per ricomprendervi i soggetti uniti civilmente e non anche i conviventi di fatto.

La rimessione alle Sezioni Unite

Per tutte queste ragioni il Collegio (Sesta Sezione Penale, n. 1825/2020), rilevato il contrasto giurisprudenziale ha ritenuto di sottoporre alle Sezioni unite la seguente questione di diritto: “se l’ipotesi di cui all’art. 384 c.p., comma 1, sia applicabile al convivente more uxorio“.

La redazione giuridica

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