La garanzia prevista dall’art. 199 c.p.p. della facoltà di astensione dei prossimi congiunti si applica anche ai conviventi di fatto dello stesso sesso, anche per fatti anteriori all’entrata in vigore della Legge Cirinnà

La falsa testimonianza

Il Tribunale di Imperia aveva assolto due imputati dal reato loro ascritto di falsa testimonianza perché il fatto non sussiste. Contro tale decisione ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il medesimo Tribunale.

Il reato di falsa testimonianza ascritto ai ricorrenti era stato commesso in data 22/01/2013, allorquando, sentiti come testimoni nel processo a carico del loro ex convivente per il reato di cui all’art. 609 bis cod. pen., non ricevevano l’avviso di cui all’art. 199 comma 3 cod. proc. pen. della facoltà di astenersi dal deporre.

La pronuncia di merito

Il giudice monocratico aveva assolto gli imputati applicando la causa di non punibilità di cui all’art. 384 comma 2 cod. pen. facendo applicazione del principio fissato dalle Sezioni Unite della Cassazione, secondo cui “non integra il reato di falsa testimonianza la dichiarazione non veritiera resa da persona che non possa essere sentita come testimone o abbia facoltà di astenersi dal testimoniare, ma non ne sia stata avvertita, a nulla rilevando le finalità e i motivi che l’abbiano indotta a dichiarare il falso” (Sez. U, 29/11/2007, n. 7208).

Per il giudice monocratico anche prima della novella del 2017, esecutiva della legge cd. Cirinnà n. 76/16 sulle unioni civili, i conviventi anche omosessuali avrebbero goduto de facto della facoltà di astensione ai sensi dell’art. 199 cod. proc. pen., previo diritto di avviso.

Di diverso avviso era il Pubblico Ministero a detta del quale l’estensione dell’obbligo di informare il teste convivente more uxorio sarebbe intervenuta soltanto a seguito della riforma introdotta dalla cd. “legge Cirinnà” e dal regolamento attuativo della medesima, mentre all’epoca dei fatti contestati, l’originaria formulazione ne escludeva l’applicazione estensiva alle coppie omosessuali non rientranti nella categoria giuridica della “famiglia” come riconosciuta dall’art. 29 Cost. (famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio), né della famiglia di fatto composta da due persone dello stesso sesso.

E in ogni caso, essendo la norma di cui all’art. 199 cod. proc. pen. disposizione a contenuto processuale essa potrebbe assumere alcuna valenza retroattiva.

Il giudizio di legittimità

Come noto il legislatore, nel prevedere la facoltà del coniuge di astenersi dal deporre “limitatamente ai fatti verificatisi o appresi dall’imputato durante la convivenza coniugale”, aveva ritenuto di equiparare la convivenza “more uxorio” al vero e proprio rapporto di coniugio (art. 199 comma 3 lett. A e B cod. proc. pen.). Il riconoscimento normativo della situazione di convivenza tra persone dello stesso sesso è avvenuto con la legge sulle unioni civili n. 76/2016.

Cionondimeno, i giudici della Suprema Corte hanno osservato che già in passato un consolidato orientamento giurisprudenziale aveva apprestato in via interpretativa tutela anche ad altre forme di unioni familiari quali le convivenze di fatto, o altre unioni o comunità a prescindere dai rapporti di coniugio e non legate da vincolo giuridico, “con tale intendendosi qualunque relazione stabile che, per la consuetudine e la qualità dei rapporti creati all’interno di un gruppo di persone, implichi l’insorgenza, per un apprezzabile periodo di tempo, di vincoli affettivi, solidarietà, protezione reciproca e aspettative di mutua assistenza, assimilabili a quelli tradizionalmente propri del gruppo familiare, oggetto della tutela penale”.

La Legge sulle unioni civili

La convivenza di fatto – hanno aggiunto gli Ermellini – può riguardare quelle persone, omosessuali o eterosessuali, che hanno deciso di non contrarre matrimonio, né di sancire il loro legame attraverso l’unione civile, che sono meritevoli di tutela rispetto a determinati aspetti della vita.

Con la sent. n. 170 del 2014 la Corte Costituzionale ha poi, invitato il legislatore a individuare forme di riconoscimento e garanzia per le coppie omosessuali di vivere liberamente la loro condizione di coppia.

La legge sulle unioni civili ha, infatti, normativizzato il riconoscimento delle cd. nuove famiglie garantendo nel solco della giurisprudenza costituzionale ed Europea il diritto alla vita familiare (art. 8 CEDU) ed a vivere liberamente la loro condizione di vita di coppia (art. 2 Cost.) nell’ottica di valorizzazione dei diritti dei singoli di organizzarsi liberamente a livello familiare, fornendo rilievo costituzionale e quindi necessità di tutela, a “forme di convivenza” diverse da quelle tradizionali.

La norma di garanzia a favore dei dichiaranti (e dunque l’avviso) nel caso di persone conviventi o che abbiano convissuto si applica, dunque, limitatamente ai fatti verificatisi ovvero appresi durante la convivenza.

La Cassazione ha già avuto modo di precisare che il relativo accertamento si risolve in una questione di fatto, sottratta al sindacato di legittimità, se motivata secondo logici criteri (Sez. 1, n. 36608 del 13/06/2016).

Alla luce di queste riflessioni i giudici della Suprema Corte di Cassazione (Sesta Sezione Penale, sentenza n. 50993/2019) hanno affermato con riferimento al caso in esame, che i due dichiaranti, essendo stati entrambi conviventi con l’imputato, avrebbero dovuto essere avvisati ai sensi dell’art. 199 cod. proc. pen., tenuto conto che la causa di non punibilità di cui all’art. 384 comma 2 cod. pen. costituisce norma di carattere penale ovvero sostanziale che ha trovato nelle previsioni recate dall’art. 2 comma 1 lett. a) D.Lgs. 6/2017 e, dunque, per i conviventi in forza di unione civile tra persone dello stesso sesso, una mera esplicazione.

Nel caso di specie, soltanto con riguardo al primo imputato i giudici della Corte d’Appello avevano correttamente argomentato sulla ricorrenza del rapporto di convivenza; rispetto al secondo la decisione impugnata risultava carente.

Pertanto, con riferimento a quest’ultimo la sentenza impugnata è stata annullata con rinvio alla Corte di Genova che dovrà accertare la esistenza del predetto rapporto di convivenza.

La redazione giuridica

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