Respinto il ricorso di un operaio che si era visto negare il riconoscimento della malattia professionale in relazione a una broncopneumopatia cronica ostruttiva asseritamente contratta a causa dell’attività lavorativa svolta

Nel giudizio in materia d’invalidità, il vizio – denunciabile in sede di legittimità – della sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, è ravvisabile in caso di palese devianza dalle nozioni correnti della scienza medica, la cui fonte va indicata, o nell’omissione degli accertamenti strumentali dai quali, secondo le predette nozioni, non può prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi, mentre al di fuori di tale ambito la censura costituisce mero dissenso diagnostico che si traduce in un’inammissibile critica del convincimento del giudice, e ciò anche con riguardo alla data di decorrenza della richiesta prestazione. Le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio disposta dal giudice, peraltro, non possono utilmente essere contestate in sede di ricorso per cassazione mediante la pura e semplice contrapposizione ad esse di diverse valutazioni perché tali contestazioni si rivelano dirette non già ad un riscontro della correttezza del giudizio formulato dal giudice di appello bensì ad una diversa valutazione delle risultanze processuali; e tale profilo non rappresenta un elemento riconducibile al procedimento logico seguito dal giudice bensì costituisce semplicemente una richiesta di riesame del merito della controversia, inammissibile in sede di legittimità. Lo ha chiarito la Suprema Corte con l’ordinanza n. 35387/2021 pronunciandosi sul ricorso di un lavoratore che si era visto accogliere, in sede di merito la domanda di riconoscimento di tecnopatia professionale nei confronti dell’impresa datrice limitatamente alla ipoacusia bilaterale (con accertamento di un danno biologico pari all’1%). La Corte territoriale, per contro, aveva ritenuto insussistente il nesso di causalità dell’ulteriore patologia consistente nella broncopneumopatia cronica ostruttiva in relazione alle mansioni di operaio addetto alla macchina assemblatrice nel reparto finitura nell’ambito della produzione di infissi in alluminio.

Il Giudice di secondo grado, più specificamente, aveva evidenziato, recependo le conclusioni della CTU, l’accertata esposizione a microparticolato aerodisperso e non a polveri pesanti (non essendo esposto, il lavoratore, a fumi di saldatura ed essendo state fornite mascherine in grado di abbattere il rischio) ed aveva escluso l’origine professionale del deficit ventilatorio, accertato, peraltro, dopo tre anni (2012-2013) dalla risoluzione del rapporto di lavoro (dovendosi precisare che i primi esami, condotti durante il rapporto di lavoro, nel 1994-1996, non erano stati corretti per “etnia africana” e avevano mostrato un quadro restrittivo grave per mancata collaborazione del paziente, mentre quelli effettuati nel 2006-2007, eseguiti con più preciso macchinario, dotato di “correzione per etnia africana”, avevano riscontrato una restrizione molto lieve e priva di significato patologico).

Nel rivolgersi alla Cassazione, il ricorrente aveva eccepito che la Corte territoriale avesse effettuato una carente disamina dei fatti, in quanto tutti gli elementi probatori, correttamente intesi, dimostravano che il fumo di saldatura si propagava all’interno del reparto finitura: del resto, egli aveva sempre affermato di essere stato esposto in via indiretta ai fumi di saldatura e non di essere addetto alla saldatura.

Inoltre, contestava al Giudice a quo di aver recepito una relazione del CTU ove erano stati commessi plateali errori nella valutazione dei fatti da ritenersi, invece, dimostrati dalla documentazione prodotta: in particolare, posto come premessa, dal CTU, che lo stato dei luoghi non era mutato nel tempo, la relazione del consulente avrebbe dovuto portare a conclusioni opposte a quelle esposte ossia che nel luglio-settembre 2008 ed anche nel periodo precedente (1991-2009) vi era rischio di esposizione a fumi; la corretta valutazione degli atti, inoltre, avrebbe dimostrato che solamente nel luglio 2008 il datore di lavoro aveva consegnato le mascherine di protezione ai dipendenti.

Infine, il ricorrente deduceva che la sentenza impugnata presentava un vizio motivazionale conseguente alla errata valutazione delle prove (testimoniali e documentali) acquisite e all’errata indagine peritale svolta dal CTU medico-legale sull’esposizione indiretta ai fumi di saldatura, dovendosi ritenere emerso un rischio per particelle aeree non moderato e la fornitura di mascherine solamente dal luglio 2008.

I Giudici Ermellini, tuttavia, nel ritenere inammissibili le doglianze proposte, hanno sottolineato, con riguardo ai lamentati errori e alle lacune della consulenza tecnica d’ufficio (peraltro trascritta solamente per brevi affermazioni, in violazione del principio di specificità dei motivi di ricorso per cassazione), come questi siano suscettibili di esame in sede di legittimità unicamente sotto il profilo del vizio di motivazione della sentenza, quando siano riscontrabili carenze o deficienze diagnostiche o affermazioni scientificamente errate e non già quando si prospettino semplici difformità tra la valutazione del consulente circa l’entità e l’incidenza del dato patologico e la valutazione della parte.

La redazione giuridica

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