Per la Cassazione i buoni pasto non rientrano nel trattamento retributivo in senso stretto; respinto il ricorso di un lavoratore che chiedeva il pagamento delle differenze retributive a seguito della deliberazione della datrice sulla variazione nell’erogazione dell’agevolazione

I buoni pasto non rappresentano un elemento della retribuzione “normale”, bensì una agevolazione di carattere assistenziale collegata al rapporto di lavoro da un nesso meramente occasionale; non rientrano nel trattamento retributivo in senso stretto e, pertanto, il regime della loro erogazione può essere variato anche per unilaterale deliberazione datoriale, in quanto previsione di un atto interno, non prodotto da un accordo sindacale. Lo ha chiarito la Cassazione con l’ordinanza n.16135/2020.

I Giudici di Piazza Cavour di sono pronunciati sul ricorso di un lavoratore contro la sentenza di merito con cui era stata rigettata la sua domanda di accertamento di illegittimità dell’unilaterale deliberazione della datrice circa l’erogazione dei buoni pasto dal giugno 2006 e di condanna al pagamento delle relative differenze retributive.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte il ricorrente contestava l’unilaterale revocabilità dei c.d. buoni pasto, per la loro funzionalità ad un rapporto contrattuale integrativo, componente della retribuzione (anche per la “legittima aspettativa” dei lavoratori a seguito di una reiterata e generalizzata prassi aziendale dal 1999 all’aprile 2006) e pertanto soggetti al principio di irriducibilità della stessa.

Il Supremo Collegio, tuttavia, ha ritenuto corretta la decisione della Corte territoriale.

L’interpretazione contrapposta dal lavoratore, di erogazione dei buoni pasto “in funzione di un rapporto contrattuale”, anche sulla base di una reiterazione nel tempo tale da integrare una prassi aziendale, non inficiava, infatti, il presupposto della natura non retributiva dell’erogazione.

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