Cade sul marciapiede e riporta la frattura del femore sinistro (Cassazione civile, sez. VI, 02/05/2022, n.13807).

Cade sul marciapiede dissestato procurandosi la frattura del femore sinistro e cita a giudizio il Comune, dinanzi il Tribunale di Arezzo, allo scopo di vederne dichiarata la responsabilità con il conseguente obbligo di risarcimento del danno.

In particolare, la donna, uscendo da un ristorante-pizzeria si dirige verso la propria autovettura e cade su marciapiede  a causa del grave dissesto del manto, riportando la frattura del femore destro.

Il Tribunale, rigetta la domanda risarcitoria e attribuisce la responsabilità dell’evento alla stessa danneggiata per la mancata attenzione con la quale si dirigeva al veicolo parcheggiato.

La Corte d’appello di Firenze, conferma tale decisione e osserva, in sintesi, che la disconnessione del marciapiede era di dimensioni talmente ampie che avrebbe potuto (anzi dovuto) essere percepita e avvistata, di modo che la caduta “avrebbe potuto essere evitata tramite l’adozione, da parte della stessa danneggiata, di un comportamento ordinariamente cauto invece che palesemente disattento”, tanto più che la buca era già stata vista dalla vittima, già in precedenti occasioni e comunque quantomeno all’entrata del locale quella stessa sera.

La donna ricorre in Cassazione lamentando la errata applicazione dell’art. 2051 c.c. in riferimento all’obbligo di custodia.

La Suprema Corte, ritenute sussistenti le condizioni per la trattazione del ricorso ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta, che è stata notificata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

La ricorrente, argomenta che ritenere la distrazione del danneggiato presupposto sufficiente ad interrompere il nesso di causalità equivarrebbe ad ammettere che sull’utente grava sempre l’obbligo di ricordare la morfologia dell’area da percorrere e, in sostanza, imporre a parte attrice l’onere della prova dell’inevitabilità ed imprevedibilità dell’evento così riconducendo la responsabilità per i danni da cose in custodia nell’alveo della responsabilità per colpa, ovvero della ipotesi della c.d. insidia e trabocchetto.

Gli Ermellini, avuto riguardo alla questione di diritto posta con il ricorso, di frequente prospettazione nella pratica e sulla quale è in programma, avanti la Terza Sezione, la prossima fissazione di udienze tematiche, ritengono non sussistenti le condizioni per definire il ricorso ai sensi dell’art. 375 c.p.c., nn. 1 o 5, e rimettono la causa alla sezione semplice per essere trattata in pubblica udienza.

La decisione a commento, è l’ennesima dell’anno in corso che tratta l’onere delle prove in materia di danni da cose in custodia in commistione con la responsabilità per colpa di cui all’art. 2043 c.c.

Avv. Emanuela Foligno

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